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Cos'è l'Obamagate e, perché Trump è contro al progetto?



OBAMAGATE: DI COSA SI TRATTA?


Obamagate è un termine coniato da Trump nel maggio scorso con un tweet e subito diventato virale in rete. Mentre l’Italia era in pieno lockdown, negli USA faceva scalpore la pubblicazione delle trascrizioni degli interrogatori fatti tra il 2017 e il 2018 dalla commissione “intelligence oversight committee” (sostanzialmente la commissione di controllo dei servizi segreti). In questi atti si fa riferimento a un coinvolgimento diretto di Barack Obama relativamente al caso delle indagini sul generale Michael Flynn in predicato di entrare nell’amministrazione Trump in qualità di DNI (Director of National Intelligence). Questi atti erano secretati e non si era mai riusciti a renderli pubblici per via di molte ostruzioni da parte di alcuni importanti personaggi, qualcuno di essi persino nominato da Trump. In particolare, quello che negli ultimi tempi aveva cercato più di tutti di evitare queste pubblicazioni è stato Christopher Wray (repubblicano), attuale capo dell’FBI. Wray è nominato nel 2017 da Trump, su suggerimento di Sessions al quale era stato suggerito da Rosenstein, per sostituire James Comey (anche lui repubblicano, che era stato nominato da Obama). La questione Flynn era legata al tentativo di palesare una collusione tra Trump e la Russia, in modo da dimostrare che le elezioni del 2016 erano viziate e quindi da cancellarne il risultato, come se non fossero mai esistite. In un modo o nell’altro volevano mandare via Trump dalla Casa Bianca. Dimostrare che Flynn era colpevole era un primo passo importante per cercare di dimostrare la colpevolezza di Trump. La scoperta di documenti fino a poco tempo fa tenuti segreti ha ribaltato il tavolo, e ora quello che rischia di più non è Trump ma Obama.




INFORMAZIONI DA TENERE A MENTE


Ci sono alcune cose molto importanti sul funzionamento della politica americana che molti non sanno, ma che bisogna conoscere per seguire gli eventi che ci accingiamo a raccontare: le elezioni Usa si tengono il primo martedì utile del mese di novembre di ogni anno bisestile. Il primo giorno del mese non è considerato utile quindi le date oscillano dal 2 all’8 novembre. Questo meccanismo funziona dal 1848, senza eccezioni. Il vincitore viene dichiarato “presidente eletto”, ma non entra in carica fino al 20 gennaio dell’anno seguente, quando si tiene il giuramento. Trump è stato dichiarato presidente eletto il 9 novembre del 2016, ma ha iniziato il suo mandato il 20 gennaio del 2017. Fino a quel momento è rimasto in carica Obama con pieni poteri. Ci sono quindi circa due mesi e mezzo di “interregno”. Questo dettaglio che non tutti conoscono, come vedremo, è fondamentale per lo sviluppo dell’Obamagate, perché i fatti contestati relativamente al caso Flynn sono avvenuti durante questa finestra temporale. A differenza di quanto si crede, il Presidente (anche dopo il giuramento) non è affatto un monarca con pieni poteri. Certo ne ha molti, ma su molte altre cose deve ricevere l’approvazione delle Camere. In particolare, può nominare chi vuole per una qualsiasi carica del suo gabinetto, ma la cosa deve essere ratificata dal Senato. La Camera (House of Representatives) invece agisce più su questioni di budget che di nomine ed ha altre caratteristiche. Questo tornerà utile per capire anche perché nel 2018, con le elezioni di “mid-term” (medio termine), Trump si sia focalizzato solo sul Senato, ignorando quasi del tutto il rinnovo della Camera. È importante sapere che, pur avendo formalmente la maggioranza in Senato (51-49, diventati poi 53-47 dal 2019), Trump ha avuto non poche difficoltà a fare approvare i membri del suo gabinetto. Trump è molto amato dagli elettori repubblicani (oltre il 90% lo approva), non dai politici repubblicani, ai quali, nel 2016, ha tolto la scena in modo completamente inatteso. Il fatto che un personaggio politico si dichiari repubblicano non vuol dire che sia certamente vicino a Trump, anzi (“Trump Haters, Supporters, Neither, and Both”; National Review, August 29, 2017). Questo è forse il punto più importante e al tempo stesso il più ignorato dalla stampa italiana. Il partito repubblicano (GOP), pur essendo il partito di Trump, era ed è pieno di gente che letteralmente lo odia (never-trumpers). Si tratta per lo più di nemici acerrimi che Trump si è creato negli anni, soprattutto durante le primarie repubblicane. Se non si conosce questo fatto non si riesce a comprendere perché ci sia voluto tutto questo tempo per fare emergere questi dettagli, e non si comprende perché Obama abbia rischiato tanto. Evidentemente, sapeva di avere le spalle ben coperte anche da alcuni repubblicani che non vedevano l’ora di vedere cadere Trump (senza che la responsabilità fosse attribuita a loro, ovviamente, altrimenti la base elettorale li avrebbe linciati). A uno sguardo esterno superficiale il GOP infatti sembra unito. Invece, al suo interno c’è una lotta feroce tra correnti che ricorda un po’ la nostra Democrazia Cristiana. Chi non comprende questo punto essenziale non può capire cosa è successo davvero. Trump non ha lottato solo contro i democratici, gli uomini delle istituzioni nominati dai democratici, contro i media mainstream (CNN, MSNBC, Washington Post, NYTimes). Trump ha lottato soprattutto contro una parte consistente del partito repubblicano che ha cercato in tutti i modi di aiutare i democratici a farlo fuori, cercando di non uscire allo scoperto.



COME SI ARRIVA ALL’OBAMAGATE


LE “CARTE” DI GRENELL


Cosa dicevano esattamente quelle carte che Grenell, all’epoca direttore nazionale dell’intelligence (DNI) ad interim, ha portato all’Attorney General (qualcosa di simile al nostro ministro della Giustizia) William Barr? Cosa era stato chiesto in quelle udienze a porte chiuse della commissione sui servizi segreti? Le domande erano tutte a proposito del Russia-gate e della presunta collusione tra Trump e Putin. E che cosa si è scoperto leggendo queste audizioni segrete? Che nessuno dei protagonisti aveva la benché minima prova che Trump avesse avuto contatti con i russi. Né lui, né i suoi collaboratori. Per dimostrare la collusione tra Trump e i russi, le indagini si erano concentrate su quattro collaboratori: Papadopoulos, Flynn, Carter Page, Manafort. Il nome in codice di questa operazione era un nome preso da un documentario sui Rolling Stones: Crossfire Hurricane (“Code Name Crossfire Hurricane: The Secret Origins of the Trump Investigation”, The New York Times, May 16, 2018). Questa operazione inizia ufficialmente il 31 luglio 2016, prima quindi delle elezioni presidenziali. Di seguito, il caso Flynn sarà separato dagli altri e la sotto-operazione a lui dedicata verrà denominata Crossfire Razor. Alla base di questa operazione, per giustificare l’apertura di queste indagini, oramai è chiaro che c’era solo il deprecato Steele Dossier. Dossier creato da un ex agente segreto britannico, Christopher Steele, su richiesta di una società legale chiamata Fusion GPS, il cui capo si chiama Glenn Simpson (personaggio misterioso e molto difficile da interrogare). Per Fusion GPS lavora anche Nellie Ohr, moglie di Bruce Ohr, all’epoca numero 4 dell’FBI, che avrà un ruolo importante per reinserire in circolo il dossier che era stato inizialmente rifiutato dall’FBI (“FBI's Man in Europe Undercut Ohr's Claim of Limited Russiagate Role”, RealClearInvestigations, May 12, 2020). La Fusion GPS viene pagata 12 milioni di dollari da Hillary Clinton e dal DNC (partito democratico americano) per fare una ricerca (opposition research) contro Trump. Curiosamente, la Fusion GPS aveva iniziato questo suo lavoro nel 2015 per mandato del Washington Free Beacon, finanziato da Paul Singer che al tempo stesso ha finanziato la campagna elettorale presidenziale di Jeb Bush e Marco Rubio. Dietro il famigerato Steele Dossier, c’erano inizialmente la famiglia Bush e Marco Rubio, rivali di Trump alle primarie repubblicane. Solo in un secondo momento sono subentrati i Clinton, apportando denaro fresco alla causa con ben 12 milioni di dollari (“The making of the Steele dossier”, The Washington Post, Feb. 6, 2018). Il dossier contiene materiale, a detta dello stesso autore, non verificato e proveniente da agenti segreti russi pagati da Steele coi soldi ricevuti da Simpson, a sua volta ricevuti da Hillary Clinton. Se già a questo punto vi chiedete come mai un dossier pagato da un avversario politico (e non verificato) possa essere usato per una indagine segreta dell’FBI e per una campagna di diffamazione a mezzo stampa durata per anni, senza che nessuno si chieda la legittimità di tutto questo, non siete i soli. Glenn Simpson si trova al centro anche di un altro episodio chiave: il meeting alla Trump Tower [1] (Trump Tower meeting, Wikipedia, the free encyclopedia).




IL MEETING ALLA TRUMP TOWER


A metà del 2016 il figlio di Trump, Don Junior, incontra una avvocatessa russa che promette di avere prove contro la Clinton. Ovviamente era solo un adescamento, lei non aveva assolutamente nulla da dire. Questa avvocatessa di nome Natalia Veselnitskaya cena con Glenn Simpson sia la sera prima che la sera dopo l’incontro alla Trump Tower. Una curiosa coincidenza che fa sospettare l’ennesima trappola. Anche qui ci sarebbe da chiedersi come mai se Hillary Clinton può pagare 12 milioni per fare creare un dossier da agenti segreti inglesi e russi, allo stesso modo Don Junior non possa incontrare qualcuno che promette di avere documenti contro la Clinton. Perché se lo fa la Clinton pagando agenti russi si chiama “opposition research” ed è legale, mentre se lo fa il figlio di Donald Trump senza pagare nessuno si chiama collusione e tradimento ed è illegale? Anche questa è una bella domanda e la risposta è sempre la stessa: dipende dal proprio “colore” politico. Per i nemici le regole si applicano, per gli amici si interpretano. Chi è spettatore esterno e disinteressato può farsene una propria opinione. Dalle carte de-secretate si capisce che i vari componenti dei dipartimenti di giustizia uscente, DOJ FBI e CIA, scelti da Obama, la mattina venivano interrogati sotto giuramento in sessioni segrete dalla Commissione di controllo dei servizi segreti della Camera e dicevano di non avere prove; la sera andavano in TV sulla CNN e sulla MSNBC a dire che le evidenze erano chiare e inequivocabili contro Trump.





OBAMAGATE: MENTIVANO TUTTI


Di sicuro dai documenti ufficiali una cosa si capisce: quando dicevano di essere sicuri che fossero stati i russi mentivano. Tutti. Uno di quelli che più sosteneva questa tesi sul coinvolgimento dei russi era proprio Adam Schiff, democratico, membro senior del comitato di controllo dei servizi segreti della Camera dei deputati americana. È lui ad interrogare Shaun Henry, ma in TV va a dire qualcos’altro.


Messo spalle al muro da Tucker Carlson in un memorabile scontro, accusa Carlson di essere al servizio dei russi e gli dice che Ronald Reagan si starà girando nella tomba guardandolo, per come tradisce gli Stati Uniti in favore della Russia. Il programma di Tucker Carlson è da tempo quello con lo share maggiore in prima serata. Nel mese di aprile ha superato in numeri assoluti persino Hannity (“April 2020 Cable News Show Ranker: Bret Baier, Martha MacCallum, Tucker Carlson, Chris Cuomo Among Top-Rated Hosts of the Month”, TV Newser, April 29, 2020). Carlson è stato il primo, tra i conduttori televisivi più importanti a tirare fuori il tutto la sera del venerdì 8 maggio chiedendo le dimissioni di Adam Shiff e accusando pesantemente alla fine del video alcuni esponenti del partito repubblicano a lui particolarmente invisi come Mitch McConnel, Lindsey Graham e Richard Burr (trascurandone curiosamente altri ben più direttamente coinvolti, come poi vedremo). Subito dopo Tucker Carlson sullo stesso canale ogni sera dal lunedì al venerdì c’è Hannity, che l’8 maggio del 2020 dedica ben due segmenti alla questione. Il primo intervistando Trey Gowdy (repubblicano).

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