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I SEGRETI DEL VATICANO Storie, luoghi, personaggi di un potere millenario.





Introduzione


Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. … Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa. CARLO MARIA MARTINI, Conversazioni notturne a Gerusalemme




L’ALTRA FACCIA DI ROMA





Le vicende raccontate in questo libro non riguardano la Chiesa cattolica in quanto espressione della fede, talvolta del sacrificio, dei suoi ministri e dei suoi fedeli. Qui sono raccolte alcune storie significative relative alla Santa Sede (il Vaticano), vale a dire a uno Stato autonomo, dotato di organi di governo, di un territorio (se pur simbolico), una bandiera, un inno, una moneta, un esercito (simbolico anch’esso) nonché sedi diplomatiche sparse nel mondo e ambasciatori (i nunzi apostolici) regolarmente accreditati. «Storie significative», in questo caso, ha una doppia valenza. La più ovvia è che lo svolgimento delle vicende riflette le circostanze politiche e storiche dalle quali sono scaturite. La meno ovvia è che tale svolgimento, spesso intriso di crudeltà e perfino di sangue, mostra quale terribile prezzo la Chiesa cattolica abbia pagato per tenere unite la sua missione spirituale e la sua natura politica di Stato. Si potrebbe chiamarlo il tentativo di conciliare cielo e terra, il candore della santità e le astuzie del potere, ovvero, per parlare con il vangelo, Dio e Mammona. Tale commistione è stata più volte denunciata da alcune grandi anime e da menti illuminate nel seno stesso della Chiesa. Da quando, con l’imperatore Teodosio (fine del IV secolo), il cristianesimo è diventato religione imperiale e di Stato, non c’è stata epoca in cui non si sia levata qualche voce presaga, ammonitrice, a implorare che la Chiesa abbandonasse l’oro e la porpora per ritrovare la santa umiltà delle origini. Le fauci della politica hanno però una presa ferrea e il solo modo di liberarsene sarebbe una separazione coraggiosa e definitiva che non c’è mai stata. Le voci dissenzienti sono quindi rimaste piccola minoranza. «Arricchimento del dialogo» le si è definite, ma, fino a oggi, dialogo fra sordi. Questa ambiguità di fondo si riflette nella figura del sommo pontefice. Quando il papa prende la parola, non è quasi mai chiaro se lo faccia in quanto rappresentante supremo di una grande religione, guida e pastore del suo gregge, oppure capo di uno Stato sovrano, monarca che accentra nella sua persona tutti i poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. Fin dal titolo, del resto, il «sommo pontefice» segnala la sua doppia natura: capo di una delle poche se non dell’unica monarchia assoluta ancora esistente, dove il «sommo pontefice» è sovrano regnante a vita. A chi volesse conoscere un po’ meglio questa potente struttura terrena dedico un’Appendice finale, nella quale sono anche precisate alcune necessarie distinzioni fra Vaticano, Santa Sede, Chiesa cattolica. Secondo una tesi largamente condivisa, il peso che la Chiesa riesce talvolta a esercitare nelle vicende mondiali e forse la stessa sopravvivenza dell’istituzione vanno fatti risalire proprio a questa doppia identità. Sicuramente, si tratta dell’unico esempio, negli ultimi venti secoli di storia mondiale, di una confessione religiosa strutturata così rigidamente in forma statuale. Nell’antichità classica è accaduto che il potere politico rivestisse anche funzioni religiose. Mai, però, era accaduto il contrario, cioè che un’autorità religiosa assumesse anche una precisa fisionomia politica. Altrettanto indubbio è che, accanto agli evidenti vantaggi materiali, tale conformazione ha pesato molto sull’azione propriamente spirituale della Chiesa poiché, nonostante ogni tentativo di accomodamento, Dio e Mammona restano difficili da conciliare. Come il lettore vedrà, i vari capitoli di questo libro trattano argomenti e personaggi che spaziano dai primi tempi della nostra era fino ad anni recentissimi. Il capitolo iniziale è, anzi, dedicato a un imperatore che regnò quando ancora il Vaticano non aveva assunto la forma che conosciamo. A stretto rigore, si tratta di un’escursione fuori del tema; in un quadro più ampio, però, qualche digressione è sembrata utile per tracciare delle coordinate che rendano meglio comprensibile la successione degli eventi, l’insieme dei fatti, il profilo o i punti di riferimento dei personaggi. Ma parlare del Vaticano significa, in realtà, parlare soprattutto di Roma; dal IV secolo fin quasi al termine del XIX la storia vaticana e quella della città hanno coinciso. Alcune delle vicende qui contenute sono davvero, e per numerosi aspetti, ciò che il titolo di questo Preambolo dichiara: «l’altra faccia di Roma». Non c’è, nel libro, alcuna pretesa di completezza, né tematica né cronologica. Si tratta di racconti dettati dalla rilevanza (storica o contemporanea) degli avvenimenti, così come da personali occasioni di conoscenza, di meraviglia, di frequentazione dei luoghi di cui si parla e che sono stati teatro degli eventi: l’altra faccia di Roma, appunto.


LE ALABARDE DEL PAPA


La sera del 4 maggio 1998 tre corpi vengono trovati all’interno delle mura vaticane, in un appartamento a poca distanza dagli alloggi privati del pontefice. Due uomini e una donna uccisi da colpi d’arma da fuoco. Tre «morti eccellenti». Il primo è il colonnello Alois Estermann, quarantaquattro anni, comandante dell’esercito vaticano, capo delle famose guardie svizzere. Uomo di notevole prestanza, il colonnello aveva ricevuto la nomina quel giorno stesso.

Adagiata contro una parete sua moglie, Gladys Meza Romero, quarantanove anni, di origine venezuelana, che rivestiva un ruolo diplomatico all’ambasciata del Venezuela presso la Santa Sede. Riverso a terra come il suo colonnello c’è poi il vicecaporale Cédric Tornay, il più giovane dei tre, nato a Monthey (Svizzera) il 24 luglio 1974, dunque ventiquattrenne. La triplice uccisione getta il Vaticano nel caos. Ma solo per brevi momenti: nel volgere di poche ore il caso viene chiuso, anche se l’inchiesta continuerà con poco costrutto per nove mesi. Le voci, al contrario, non tacciono, soprattutto fuori d’Italia: molte sono le lacune, numerosi i particolari che stridono con la versione ufficiale e, per conseguenza, i dubbi, le domande che rimangono senza risposta. I due militari facevano parte del più antico e prestigioso corpo di guardia pontificio: cento soldati selezionati in quelle valli svizzere note da sempre per il valore dei loro giovani. Già Tacito riconosceva: «Gli Helvetii sono un popolo di guerrieri, famoso per il valore dei suoi soldati». A loro, tradizionalmente, il compito di garantire la sicurezza della Santa Sede, l’incolumità del pontefice, la tenuta delle mura vaticane. A loro anche quello di accompagnare le più solenni cerimonie, rivestiti di una sgargiante uniforme la cui ideazione viene attribuita dalla voce popolare addirittura a Michelangelo. Il giallo vaticano non ha mai avuto una soluzione soddisfacente. Su questa triplice morte si possono dare solo due certezze. La prima è che la versione ufficiale sicuramente non corrisponde alla reale dinamica dei fatti. La seconda è che alla madre di Cédric Tornay, nonostante le ripetute suppliche indirizzate al pontefice, mai è stato dato quel minimo conforto che un’elementare pietà esigeva; tanto meno una risposta verosimile. Muguette Baudat, questo il suo nome, ha dovuto accontentarsi della versione ufficiale secondo la quale suo figlio Cédric aveva ucciso i coniugi Estermann per poi suicidarsi. Tale versione era stata fornita alla stampa dal portavoce vaticano Joaquín NavarroValls, ex giornalista spagnolo, membro dell’Opus Dei, poche ore dopo i fatti. La sua ricostruzione del crimine era che il vicecaporale Tornay, furioso per non aver ottenuto un’attesa decorazione (la «Benemerenti»), colto da un raptus d’ira incontrollata, si era vendicato sul comandante che gliel’aveva negata, uccidendolo insieme alla moglie. Poi, sconvolto, si era tolto la vita. Il portavoce aggiungeva che il giovane soffriva di disturbi mentali e che faceva uso di droghe (Cannabis); il successivo esame autoptico riscontrerà nel cervello una cisti che avrebbe aggravato un equilibrio mentale già precario. Concludendo la ricostruzione dei fatti, Navarro-Valls dirà testualmente: «Non credo che l’autopsia potrà dare risultati diversi da quelli che vi ho esposto». Il 5 febbraio 1999 un decreto a firma dell’avvocato Gianluigi Marrone, che in Vaticano funzionava da giudice unico, stabiliva che «sulla base degli elementi di indagine raccolti, appaiono condivisibili le conclusioni cui il promotore di giustizia è pervenuto e non risulta, pertanto, esercitabile l’azione penale … dichiara non doversi promuovere l’azione penale relativamente alla morte del Col. Alois Estermann, della sig.ra Gladys Meza Romero cgt. Estermann e del vicecaporale Cédric Tornay, ordinando la trasmissione degli atti all’archivio». Quanto alle ripetute sollecitazioni della signora Baudat, il portavoce dirà: «Capisco e rispetto il suo dolore, ma non possiamo ignorare lo scrupoloso rispetto di una verità stabilita da un’indagine lunga e accurata». Nove mesi per arrivare a una conclusione identica a quella che il portavoce vaticano aveva anticipato a poche ore dai fatti. Nel capitolo precedente, dedicato agli anni di Nerone, i primi cristiani cominciavano appena ad affacciarsi nel mondo, fervidi seguaci di una fede che, nata in terra d’Israele come corrente dell’ebraismo, si stava diffondendo in Occidente. Con un salto di poche pagine, che nella realtà scavalca venti secoli, ci troviamo ora nel mezzo di un delitto di Stato, di fronte a versioni sfuggenti, contraddittorie, visibilmente lontane dalla verità, come hanno mostrato le inchieste parallele condotte da vari organi di stampa e dalle televisioni. Ricostruire i «segreti del Vaticano» significa anche tentare di dare una spiegazione alla distanza siderale che separa i fedeli che si avviavano al martirio cantando le lodi del Signore e i sinistri meccanismi che regolano la vita degli organismi politici e degli Stati. La mappa allegata ai Patti lateranensi, firmati da Mussolini e dal cardinale Gasparri l’11 febbraio 1929, mostra che lo Stato della Città del Vaticano è praticamente racchiuso nelle mura dette «leonine». Una prima cinta venne eretta da Leone IV fra l’848 e l’852 a protezione del colle Vaticano e della basilica pietrina. Doveva rappresentare un argine alle invasioni dei saraceni che avevano saccheggiato Roma nell’846, durante il pontificato di Sergio II. Leone IV ideò la barriera ricalcando in gran parte il tracciato individuato dal suo predecessore, Leone III. I lavori furono veloci. Le domuscultae (fattorie-fortezze create nell’alto Medioevo per il ripopolamento delle campagne) fornirono la manodopera necessaria alla grande impresa. Ma nella costruzione furono anche utilizzati i saraceni fatti schiavi nella battaglia di Ostia dell’849. Le mura vennero erette in quattro anni grazie allo sforzo finanziario dell’imperatore Lotario I e del longobardo Liutprando e ai materiali edili ricavati dalla demolizione degli edifici classici. Papa Leone si dimostrò infaticabile: sorvegliava direttamente i lavori, dava ordini agli operai, benediceva, pregava. Nei secoli successivi la prima cinta fu più volte rimaneggiata e ampliata. Le vere e proprie mura vaticane, che segnano attualmente i confini dello Stato, verranno però solo in seguito per volontà di Pio IV, Paolo III e Urbano VIII. Curioso notare che, a seguito di questi ampliamenti, il celebre Passetto di Borgo si sia trovato a essere non più cinta di confine, bensì camminamento inserito nel mezzo dell’agglomerato urbano, proprio com’è oggi, destinato quindi a svolgere una funzione notevolmente diversa. Così collocato, il Passetto (o Corridoio) diventò infatti una via di fuga che collegava i palazzi papali alla fortezza di Castel Sant’Angelo. Questa «uscita di sicurezza», romanzesca nell’aspetto e nel tracciato (restaurata in occasione del giubileo del 2000), ha dato vita a miti e leggende popolari. L’americano Dan Brown, scrittore non eccelso ma fantasioso sceneggiatore, vi ha ambientato una movimentata sequenza del suo Angeli e demoni. Gioacchino Belli lo ha celebrato in un sonetto (Er Passetto de Castel Sant’Angiolo, 17 dicembre 1845) che così conclude: Dentro’a castello può gioca’ a buon gioco Er Santo Padre, se gli fanno spalla Uno per parte er cantiniere e er cuoco. E sotto la bandiera bianc’e gialla Può da’ comodamente da quel loco Benedizione e cannonate a palla. Ho appena addolcito la grafia romanesca originale per rendere più comprensibile la pungente ironia del componimento. Il poeta, comunque, aveva colto il punto. Il camminamento, lungo circa 800 metri, garantiva, in caso di necessità, il trasferimento del papa e del suo seguito dagli edifici vaticani alla fortezza con un percorso protetto e sopraelevato. Fu papa Niccolò III nel 1277 a immaginare questa utilizzazione delle mura edificate dal suo remoto predecessore Leone IV. Una delle più drammatiche emergenze si ebbe, come vedremo, nel maggio 1527. Il tracciato delle mura ha avuto, sia prima dei vari ampliamenti sia dopo, una forma a ferro di cavallo che, partendo dal castello, circonda la basilica, sfrutta l’altura del Gianicolo, ridiscende verso il Tevere. Mura possenti, con uno spessore di quattro metri alla base, intervallate, secondo il modello romano, da quarantaquattro torri e da alcune porte, ancora in buona parte esistenti. La demolizione della parte centrale dei Borghi (la cosiddetta «spina di Borgo») e l’apertura di via della Conciliazione hanno notevolmente alterato la fisionomia originaria dei luoghi. Nonostante le numerose modifiche e alcune demolizioni rese necessarie dal traffico, le mura raccontano ancora molte delle loro avventure a chi si soffermi a leggere le numerose targhe, iscrizioni e stemmi pontifici che le costellano. Nella Roma dei papi, la città leonina rappresentò per secoli un bastione a difesa della monarchia pontificia. Di ritorno dalla cattività avignonese, durata dal 1309 al 1377, i papi cominciarono infatti a rendersi conto che il Vaticano era più facilmente difendibile del Laterano, loro prima residenza, grazie soprattutto all’eccezionale fortezza rappresentata da Castel Sant’Angelo. Si iniziarono così a costruire e a fortificare nuovi palazzi all’interno della cinta leonina, le mura vennero restaurate, ampliate, rafforzate; si aprirono nuove porte per rispondere alle accresciute esigenze militari e residenziali. In una pianta settecentesca di Mariano Vasi («Vetus Planum Urbis Romae») sono visibili le porte principali, tra cui Porta Turrionis, ora demolita, sostituita da Porta Cavalleggeri, così chiamata per la vicina caserma: entrarono da qui, nel 1527, i lanzichenecchi di Carlo V. All’estremità del Passetto, di fronte a piazza San Pietro, comincia via di Porta Angelica. In passato questa strada conduceva, appunto, a Porta Angelica. In seguito al Concordato del 1929, noto come la «conciliazione», un muro moderno venne costruito lungo il lato sinistro della strada, vero e proprio confine tra i due Stati. Qui si trova ora Porta Sant’Anna, l’unico ingresso per i visitatori e anche per molti cittadini vaticani. A guardia della porta, da oltre mezzo secolo, ci sono i soldati pontifici, le alabarde del papa. O meglio, la guardia svizzera.




Il 22 gennaio 1506 un contingente di centocinquanta mercenari, giunto a piedi da Lucerna lungo la via Francigena, fece il suo ingresso in Roma. Aveva guidato il trasferimento il comandante Kaspar von Silenen, accompagnato dal prelato Hertenstein. I centocinquanta alabardieri (Gwardiknechte) avevano fatto sosta a Milano, dove Hertenstein aveva ricevuto, quale acconto papale sui compensi, cinquecento ducati dalla filiale del banco dei Fugger. Gli svizzeri avevano poi sostato ad Acquapendente, nel sud della Toscana, per incassare altri duecento ducati. Il 21 gennaio arrivarono finalmente alle porte di Roma e il giorno seguente, fatto il loro ingresso nella Città Eterna, avevano marciato da Porta del Popolo fino al colle Vaticano passando per Campo de’ Fiori. Giunti a destinazione dopo quell’interminabile cammino nel pieno dell’inverno (750 chilometri circa), si erano schierati per presentarsi al pontefice e prendere finalmente quartiere. Il prelato alsaziano Giovanni Burchard, maestro di cerimonie alla corte papale e scrupoloso cronista, annotò nel suo diario: «Il 22 gennaio 1506, verso sera, un gruppo di centocinquanta soldati svizzeri, guidati dal capitano Kaspar von Silenen, ha varcato la Porta del Popolo ed è entrato a Roma». Giulio II fu un papa guerriero quanti altri mai. Fra i suoi obiettivi c’era il rafforzamento dello Stato della Chiesa e la riannessione di vari territori ribelli. Per la guardia personale aveva preso a modello il re di Francia, che dal 1497 affidava la sua sicurezza personale a una compagnia di un centinaio di uomini armati. Giulio II ne voleva inizialmente il doppio, ma dovette accontentarsi dei centocinquanta che si riuscì a reclutare. Oggi l’organico delle guardie è di centodieci uomini, dal colonnello comandante agli ufficiali, sottufficiali e semplici alabardieri. Al prestigio e al richiamo scenografico del corpo contribuisce l’uniforme che, come detto, una leggenda vuole ideata da Michelangelo. In realtà, la sgargiante veste rinascimentale scandita nel giallo, blu e arancio, che riprende i colori della casata Medici, è frutto del lungo lavoro del colonnello Jules Répond (comandante nel periodo 1910-21), il quale si ispirò a Raffaello. Dell’uniforme di gala fanno parte la corazza e l’elmo spagnolesco, detto «morione», guarnito di piume di struzzo e dalle caratteristiche punte rialzate. Peraltro, è anche prevista una più sobria tenuta da lavoro composta da pantaloni e casacca di colore blu completata da un grande colletto bianco. L’uniforme degli svizzeri è ormai entrata a far parte del folclore vaticano e, quindi, romano. Non sono comunque mancati i critici: Stendhal, per esempio, non si mostrò entusiasta dell’uniforme. Nelle sue Promenades dans Rome, alla data del 7 marzo 1828 racconta che all’estremità destra del colonnato scorsi certe figure grottesche vestite con strisce di panno giallo, rosso e blu; erano i bravi Svizzeri armati di picca e rivestiti come si usava nel XV secolo. Qualche decennio più tardi, nel 1864, Hippolyte Taine vede le guardie svizzere alla Sistina e le bolla come «bariolés» e «vetus d’un costume opéra», variopinti e vestiti con un costume da teatro.




Download del libro completo : Augias Corrado - I Segreti Del Vaticano.pdf

 
 
 

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