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I SEGRETI DEL VATICANO STORIE OCCULTE RIGUARDO IL PAPATO E LA MASSONERIA VATICANA



LA RAGAZZA SVANITA NEL NULLA


Alla fine di corso Rinascimento un disordinato, affascinante complesso di slarghi e piazze testimonia travagliati trascorsi urbanistici: piazza delle Cinque Lune, piazza Sant’Apollinare, piazza Sant’Agostino, piazza di Tor Sanguigna. Luoghi tutti notevoli, dove il meno risolto, come topografia, è proprio quello con il nome più bello: piazza delle Cinque Lune. Pare derivi dall’insegna di una trattoria che rappresentava cinque crescenti lunari. Piazza di Tor Sanguigna si chiama così perché lì era la torre dei Sanguigni, ora un’abitazione, risalente al XIII secolo. La piccola piazza Sant’Agostino prende il nome dalla chiesa i cui si conserva la famosa Madonna dei pellegrini del Caravaggio; sulla sua destra c’è la porta d’accesso alla Biblioteca Angelica, risalente al XVII secolo, uno degli strabilianti luoghi segreti di Roma. Anche piazza Sant’Apollinare è intitolata a una chiesa;


antichissima quest’ultima, detta in archipresbyteratu perché retta da un arciprete. Il suo fondatore fu papa Adriano I, che nel 780 la dedicò al santo patrono di Ravenna. La basilica venne riedificata dalle fondamenta su impulso di Benedetto XIV (1740-58), al secolo Prospero Lambertini, bolognese di nascita, protagonista della commedia di Alfredo Testoni II cardinale Lambertini (1905). Famoso per la sua liberalità, questo papa dette anche numerose prove di uno spirito bizzarro; per esempio, soleva intercalare le sue frasi con un asseverativo «Cazzo!». Lo faceva da cardinale, continuò a farlo anche da papa. Giunse a dire: «La voglio santificare questa parola, accordando l’indulgenza plenaria dei peccati a chi la pronuncerà dieci volte al giorno». Papa Lambertini era, insomma, un pontefice alla mano, se ne andava in giro come un prete qualunque, intrattenendosi con i popolani, facendosi popolano egli stesso. Più di uno storico lo ha infatti paragonato a papa Roncalli. Fu lui, comunque, ad affidare al geniale architetto Ferdinando Fuga (1699-1781) la riedificazione dell’edificio. Nella chiesa è sepolto il musicista barocco Giacomo Carissimi che qui fu maestro di cappella. Ma in una cripta, come si è accennato nel capitolo VIII, è tumulato anche Enrico De Pedis, detto «Renatino», uno dei boss della famigerata banda della Magliana. Strana collocazione per un uomo che ha dedicato la sua vita al crimine: omicidi, rapine, traffico di stupefacenti, per finire a sua volta assassinato da sicari di una fazione rivale: era il 2 febbraio 1990, si trovava in via del Pellegrino, aveva intenzione di cambiare vita; non ne ebbe il tempo. Che un bandito professionista sia riuscito a ottenere una sepoltura degna di un pontefice non deve stupire più di tanto. Il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma, l’autorizzò dopo una lettera di don Vergari, ex cappellano nel carcere romano di Regina Coeli, nella quale si attestava fra l’altro che «il signor Enrico De Pedis è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la basilica e ha aiutato concretamente tante iniziative di bene sia di carattere religioso che sociale… in suo suffragio la famiglia continuerà a esercitare opere di bene».


Perorazione, e promessa, che devono essere parse convincenti o, quanto meno, sufficienti. Del resto, se guardiamo la storia, qualche eccezione analoga c’era stata anche in passato e sempre in virtù di generose offerte. La celebre Fiammetta, prostituta d’alto bordo che secondo le regole era destinata a una fossa «in terra sconsacrata», era riuscita a farsi seppellire nella chiesa di Sant’Agostino e ad avere una piazza con il suo nome (piazza Fiammetta, per l’appunto), che si trova ancora oggi nei pressi. Eravamo all’inizio del Cinquecento, Fiammetta Michaelis, fiorentina di nascita, era stata l’amante di Cesare Borgia, ancora cardinale; sembra che in età avanzata avesse cambiato vita, generosamente donando alla Chiesa. Nel Dialogo dello Zoppino, attribuito all’Aretino, si legge: «La Fiammetta fece bella fine e ho visto in Sant’Agostino la sua cappella». Pare, insomma, che quando morì, nel febbraio 1512, si fosse redenta. Nessuna redenzione, invece, nella banda della Magliana che, a cavallo degli anni Ottanta, si trovò mescolata ai casi più sanguinosi della cronaca, nera e politica. Dagli omicidi alle rapine eseguite con feroce violenza, fino al caso del banchiere Roberto Calvi, al tragico rapimento di Aldo Moro, alla corruzione su larga scala di funzionari. Ma Renatino e altri suoi complici potrebbero aver avuto una parte anche nella scomparsa della quindicenne Emanuela Orlandi, protagonista di questo capitolo. Una tragedia che cominciò in un luminoso pomeriggio di giugno in quella piazza delle Cinque Lune dal nome così affascinante. Nei pressi sorge la scuola di musica frequentata da Emanuela; ancora nei pressi ci sono un’università pontificia e vari collegi. Tutti luoghi extraterritoriali, cioè fuori della giurisdizione italiana.





Lì Emanuela Orlandi venne vista per l’ultima volta, prima di scomparire per sempre in uno dei più misteriosi fatti di cronaca mai avvenuti a Roma per le implicazioni internazionali che ebbe, per l’indecifrabile successione di eventi attraverso i quali la tragedia si consumò, per le molte incertezze sulle sue reali motivazioni. Emanuela viene vista per l’ultima volta nel pomeriggio di mercoledì 22 giugno 1983, giornata iniziata come tante e di cui nessuno poteva prevedere la drammatica conclusione. Aveva all’epoca quindici anni e qualche mese; era attraente come lo sono quasi sempre le ragazze appena diventate donne. Aveva frequentato la seconda liceo scientifico con risultati mediocri, compreso un otto in condotta che fa pensare a una certa irrequietezza nel comportamento, risultati che contrastano, fra l’altro, con quelli migliori dell’anno precedente. Accade che i ragazzi in età difficile abbiano motivi di turbamento; ne sono gelosi e difficilmente li confidano. Quali potevano essere le ragioni di Emanuela? Comunque, la vera particolarità della ragazza, che potrebbe essere stata un elemento decisivo, è la sua cittadinanza vaticana. La famiglia Orlandi è stata al servizio dei papi per quasi un secolo. Il nonno, Pietro, faceva lo stalliere di Pio XI prima di diventare, nel 1932, commesso e postino del papa. Il padre, Ercole, aveva in un certo senso ereditato la funzione, essendo incaricato di distribuire la posta vaticana, compresi inviti, plichi, corriere diplomatico. In virtù di ciò, la famiglia Orlandi (cinque figli: quattro femmine e un maschio) risiedeva all’interno della Santa Sede, in una palazzina di quattro piani che si affaccia su piazzetta Sant’Egidio; vi hanno alloggio alcune altre famiglie nonché l’Elemosineria. Quel mercoledì i genitori di Emanuela, Ercole e Maria, erano andati a Fiumicino a trovare certi parenti con i quali avrebbero mangiato, per poi rientrare verso sera.



Da buona madre, la signora Maria aveva comunque lasciato il pranzo pronto per i figli, rimasti tutti a casa. Poco dopo le 16, Emanuela varcò Porta Sant’Anna e uscì dal Vaticano per andare a scuola di musica. Qui tornano i luoghi cui ho accennato in apertura. La scuola, intitolata a Tommaso Ludovico da Victoria, è un’emanazione del Pontificio Istituto di Musica sacra (dove, se posso inserire un cenno autobiografico, io stesso studiai armonia e contrappunto all’inizio degli anni Settanta). La scuola, diretta allora da una certa suor Dolores, si trova sul retro del gigantesco Palazzo di Sant’Apollinare. Emanuela studiava flauto traverso e cantava in un coro della città vaticana; dimostrava, insomma, un buon interesse musicale. Non sappiamo se, varcato il portone sorvegliato dagli svizzeri, si sia avviata a scuola a piedi o in autobus. Avrebbe potuto fare l’una o l’altra cosa dato che, conoscendo bene l’itinerario, la distanza da coprire non supera i due chilometri. Sappiamo invece che in corso Rinascimento fu notata dal vigile urbano Alfredo Sambuco e dall’agente di polizia Bruno Bosco, in servizio davanti a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. Già le prime testimonianze, come spesso accade, sono contraddittorie. Sambuco disse che vide la ragazza arrivare da piazza delle Cinque Lune, lasciando presumere, se il ricordo è esatto, che Emanuela fosse arrivata a piedi e che, superata la scuola, avesse proseguito per corso Rinascimento. Non solo. Il vigile la osservò fermarsi a parlare con un trentenne elegante, snello, sceso da una Bmw verde.





Aggiunse che l’episodio avvenne intorno alle 17. In una puntata del programma televisivo «Telefono giallo» al quale qualche anno dopo lo invitai, parlò invece delle 19. In una successiva intervista ammise di essersi sbagliato, confermando le 17. La testimonianza era indebolita anche da altre contraddizioni. Del resto, tutto in questa storia è fin dall’inizio confuso, e tale rimarrà: già dalle prime battute, per una serie fortuita o (almeno in parte) voluta di circostanze, si creano infatti le premesse che allontaneranno una vera soluzione. L’agente Bosco aggiunse un dettaglio alla descrizione dell’elegante trentenne citato dal vigile: dichiarò testualmente che lo sconosciuto della Bmw «parlava con una ragazza alla quale, nel contempo, mostrava un tascapane di un colore di tipo militare e la scritta “Avon”, contenente probabilmente prodotti cosmetici». Come ha fatto notare Pino Nicotri nel suo Emanuela Orlandi, la verità, un campionario di prodotti di bellezza e un tascapane di un colore di tipo militare non vanno molto d’accordo. Sappiamo per certo che intorno alle 19 Emanuela, uscita in anticipo dalla lezione di musica, telefonò a casa. In assenza della madre, non ancora rientrata, parlò con la sorella Federica dicendole di aver ricevuto da uno sconosciuto un’offerta di lavoro. Si trattava di «distribuire prodotti di bellezza durante una sfilata delle sorelle Fontana [nota sartoria d’alta classe] al salone Borromini in corso Vittorio Emanuele». Compenso proposto: 375.000 lire. Nemmeno questo frammento della storia sta in piedi. Una tale somma per un impegno di due o tre ore appare inverosimile, a meno che, sotto la cifra, non si nascondesse un tranello. La faccenda, infatti, insospettì Federica, che consigliò la sorella di lasciar perdere e di tornare a casa. Sempre intorno alle 19 un’altra studentessa, Raffaella Monzi, si unì a Emanuela e le fece compagnia in attesa che il misterioso trentenne della Bmw si facesse vivo. Passata mezz’ora, Raffaella disse di dover rincasare e salì su un autobus. Dal finestrino fece in tempo a vedere che una dorma s’intratteneva con Emanuela. Quest’ultima possibile protagonista non è mai stata identificata. La mattina di giovedì 23 giugno Natalina, sorella maggiore, denuncia la scomparsa di Emanuela all’ispettorato di pubblica sicurezza presso il Vaticano. Nel documento precisa movimenti e orari secondo lo schema qui sommariamente esposto. La sera di quello stesso giorno, Giovanni Paolo II rientrava a Roma dopo la sua seconda visita in Polonia. Alcuni membri del seguito parlarono di un certo nervosismo diffusosi tra le persone che lo accompagnavano. Si parlò di timori per un nuovo attentato, ma è verosimile pensare che dipendesse dalla notizia della scomparsa della giovane cittadina vaticana. Per capire l’entità della storia, al di là della tragedia di una giovane vita e del dolore dei suoi familiari, bisogna ricordare in quale movimentata atmosfera politica si venne a trovare il «rapimento» di Emanuela. Un primo aspetto riguarda il fatto che il papa polacco proprio in quei giorni aveva compiuto una seconda visita in patria dopo quella del 1979, che aveva suscitato a Mosca allarme e collera per il suo aperto carattere di sfida. In Polonia, i vertici del sindacato cattolico Solidarnosc erano stati temporaneamente imprigionati per ordine del generale Jaruzelski. Era tutto ciò che il presidente polacco si era sentito di fare dopo le forti pressioni sovietiche; gli era stato addirittura chiesto di impedire la visita papale. Mosca temeva proprio ciò che poi sarebbe avvenuto: imponenti manifestazioni popolari nelle quali il connotato politico anticomunista e antisovietico sarebbe stato di gran lunga prevalente sull’aspetto religioso. La curia era divisa sull’atteggiamento da tenere nei confronti dell’Urss e del blocco sovietico. Il segretario di Stato Agostino Casaroli e Achille Silvestrini, «ministro degli Esteri», memori dell’insegnamento del precedente papa Paolo VI, avrebbero preferito una dialettica morbida con l’Est comunista, una sorta di Ostpolitik del tipo a suo tempo inaugurato nella Repubblica federale tedesca dal cancelliere Willy Brandt. Papa Giovanni Paolo II, al contrario, era convinto di poter dare la spallata finale ai regimi appoggiati da Mosca, a cominciare da quello della sua Polonia. Era consapevole di avere sufficienti energia, carisma, lucidità di visione e mezzi finanziari, e, inoltre, di andare incontro a uno spirito dei tempi ormai maturo per quella svolta. Una partita lunga, durata almeno dieci anni, il cui esito sarà sotto gli occhi del mondo, prima con il crollo del Muro a Berlino, nell’autunno del 1989; poi, nel 1992, con lo sgretolamento dell’Unione Sovietica. Questi grandiosi avvenimenti avevano davvero a che fare con la scomparsa, a Roma, di una ragazzina di quindici anni? Un secondo aspetto è legato all’attentato subito da Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 13 maggio 1981, quando il turco Mehmet Alì Agca gli esplose contro due colpi di rivoltella ferendolo gravemente. Pochi millimetri di scarto e uno dei due colpi sarebbe risultato mortale. Alcuni fedeli parlarono di miracolo. Il fotografo del quotidiano vaticano «L’Osservatore Romano», Arturo Mari, tre giorni prima aveva scattato alcune foto durante una visita del papa a una parrocchia romana. Si vide poi, esaminando con attenzione le immagini, che mescolato alla folla c’era l’assassino turco o, se non lui, il suo sosia. Un terzo aspetto riguarda un’altra giovane ragazza romana, Mirella Gregori, coetanea di Emanuela, figlia dei proprietari di un bar in via Volturno, scomparsa anche lei di casa poche settimane prima, il 7 maggio 1983. I due casi vennero appaiati nelle cronache e si parlò di un doppio sequestro avente come scopo la liberazione del killer turco, di tratta delle bianche, di prostituzione, di harem orientali. Il destino di Emanuela è comunque diverso da quello di Mirella, altrettanto drammatico, ma per differenti ragioni. Di questo si disse convinta anche il giudice Adele Rando, che ha lungamente indagato sulla vicenda. Nella sua sentenza istruttoria (1997) dichiara di credere all’ipotesi «di una strumentale connessione della scomparsa di Mirella con il caso di Emanuela, probabilmente allo scopo di accrescere la complessità del quadro investigativo di quest’ultima vicenda, rendendolo, se possibile, ancora più inestricabile». Non sappiamo se le vicende delle due ragazze abbiano o no sostanziali punti di contatto. Sicuramente, la storia di Emanuela è rimasta più a lungo al centro dell’attenzione anche per i recenti sviluppi. Su di lei, quindi, il nostro racconto si concentrerà. Con un’ipotesi fondata sulla logica, anche se priva di riscontri oggettivi, si può dire che la ridda di indizi e di dicerie sulla sua scomparsa, verosimilmente seguita dalla morte, è stato un gioco complesso nel quale sono entrati vari personaggi allo scopo di allontanare la soluzione o trarre un qualche utile. Esistono sull’argomento ottimi libri che suggeriscono vari, plausibili moventi.



Più che addentrarci in questo ginepraio, tento qui di isolare alcuni momenti e personaggi in una tela che appare tessuta da intelligenze sottili, esperti di comunicazione e di controinformazione (talvolta aiutati dal caso), oltre che da criminali professionisti. Uno dei protagonisti, anche se fittizio, è stato a lungo il turco Mehmet Alì Agca, condannato all’ergastolo per l’attentato al papa e uscito per «fine pena» il 18 gennaio 2010 da un carcere di Ankara. Le varie versioni da lui fornite sulle motivazioni del suo gesto e sulla sorte di Emanuela sono da sole la prova di un’ambiguità motivata da oscure ragioni o da irragionevoli calcoli. Al giudice Martella, Agca dice di avere, in caso di arresto, stabilito con certi suoi complici un accordo preventivo per depistare le indagini, mescolando ad alcune verità numerose bugie. Nel corso di un’udienza in tribunale dichiara che Emanuela è stata rapita dalla loggia massonica deviata P2 di Licio Gelli: «Quella gente sapeva che io sono Gesù Cristo. Volevano inserirmi nel Vaticano e usarmi come uno strumento…». Pochi giorni dopo ritratta: «Ho tirato in ballo la P2 perché i Lupi Grigi e i bulgari hanno sequestrato Emanuela. Volevano che io confondessi il processo gettando discredito sulla stampa occidentale che accusa l’Urss e la Bulgaria di favorire il terrorismo internazionale». Sette anni dopo la scomparsa di Emanuela, Agca afferma di aver riconosciuto in un certo Ates Bedri, un turco detenuto nel carcere francese di Poissy, il suo amico Oral Celik che, a suo dire, avrebbe organizzato il rapimento della ragazza. Nel 1993, intervistato da Antonio Fortichiari del settimanale «Gente», asserisce che il rapimento fa parte di un complotto internazionale contro il Vaticano di cui la ragazza era l’esca, vale a dire la contropartita per un ricatto dalle ragioni inconfessabili nei confronti della Chiesa. Questa possibilità, mescolata com’è ad altre assurde bugie, al momento passa quasi inosservata. Gli ultimi sviluppi della vicenda le daranno invece un’interessante plausibilità, anche se motivata da differenti ragioni. Nel 1997, in una lettera ai giudici Imposimato e Martella, Agca riprende una versione precedente. Scrive che i suoi mandanti sono stati in realtà i servizi segreti sovietici (Kgb) e bulgari, e che il sequestro serviva a premere per la sua liberazione dopo l’arresto. In quello stesso periodo scrive a Ercole Orlandi assicurandogli che sua figlia «sta bene, la sua integrità fisi ca e morale viene garantita assolutamente». In una precedente occasione aveva invece detto che la ragazza era morta; un’al tra volta che tutte e due le ragazze, Mirella ed Emanuela, erano vive in Liechtenstein: «Le due giovani non sono mai state rapite, si trovano nel Liechtenstein. C’è soltanto un intrigo internazionale». Il giudice istruttore Rosario Priore stabilirà la totale inaffidabilità dell’uomo, aggiungendo che «su un personaggio del genere non si può costruire alcun processo». L’unica certezza in questa miscela di fandonie e di fantasie in parte calcolate, in parte frutto di disordine mentale, è che il killer turco tende a tenere gli inquirenti sulla corda cucendo insieme brandelli di verità, mezze frasi orecchiate o sbirciate sui giornali, vaghe promesse che lo tengano il più a lungo possibile al centro dell’attenzione. Forse teme che, una volta caduto nel dimenticatoio, gli possa succedere qualche spiacevole incidente.





Non sappiamo se la verità l’abbia detta al papa il 27 dicembre 1983, nel corso del colloquio confidenziale avvenuto nel carcere di Rebibbia. Ammesso che lui stesso la conoscesse, la verità. Un altro protagonista del caso è proprio papa Giovanni Paolo II, che abbiamo visto rientrare dalla Polonia il giorno stesso della denuncia della scomparsa di Emanuela. Pochi giorni dopo, domenica 3 luglio, affacciandosi su piazza San Pietro per la preghiera dell’Angelus, il pontefice pronuncia queste parole: «Desidero esprimere la viva partecipazione con cui sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è nell’afflizione per la figlia Emanuela che da mercoledì 22 giugno non ha fatto ritorno a casa, non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia responsabilità in questo caso». Parole improvvide, dalle quali si evince che Emanuela non s’è allontanata volontariamente da casa, ma è stata rapita. Una possibilità cui nessuno, fino a quel momento, aveva accennato. Parole non ben calcolate, che non sfuggiranno alle orecchie attente di vari servizi segreti, in particolare a quelli della DDR, guidati dal celebre Markus Wolf, detto «Misha», finito persino nei romanzi di John Le Carré con il nome di «Carla». Perché il papa e la cautissima diplomazia vaticana, sempre così reticente, commisero quell’errore? E se non si fosse trattato di un errore, ma di una mossa voluta?





E’ stata affacciata l’ipotesi che con quelle parole – ne fosse o no il papa consapevole – si volesse nascondere la vera causa della scomparsa di Emanuela: allontanare l’attenzione da un possibile delitto o da un incidente inconfessabile avvenuto in qualche appartamento vaticano. La famiglia Orlandi (così come la famiglia Gregori) venne tempestata per mesi di telefonate anonime. Voci sconosciute dicevano di parlare a nome proprio o di qualche organizzazione e proponevano scambi, inizi di trattativa, condizioni per la liberazione della ragazza. Gli anonimi interlocutori si esprimevano a volte con una buona pronuncia italiana, altre volte con accenti stranieri che, a detta degli investigatori, erano palesemente contraffatti. Mai nessuno ha fornito una prova certa di essere davvero in grado di disporre della liberazione di Emanuela e nemmeno del fatto che fosse ancora viva. Il massimo che si riuscì a ottenere furono una fotocopia della tessera per la scuola di musica, una ricevuta di pagamento per una tassa d’esame e la frase mano- scritta «Con tanto affetto, la vostra Emanuela». Documenti che potevano però esserle stati rubati, da viva o da morta, oppure sottratti alla segreteria della scuola. In una di tali occasioni la voce anonima, con un accento americano così smaccato da suonare quasi ridicolo, ebbe questo scambio di battute con un familiare della ragazza: Interlocutore: Allora, lei ascolta bene questa registrazione. Familiare: Sì, ma me la faccia sentire bene, però. Interlocutore: Ascolti bene, abbiamo pochi momenti…




Questa essere della sua figlia. Familiare: Sì, ma me la faccia sentire bene. Interlocutore: Okay, one


moment… All right, okay, let’s go, let’s go. Voce di ragazza: Scuola convitto nazionale Vittorio Emanuele secondo. Dovrei fare il terzo liceo quest’altr’anno; Scuola convitto nazionale Vittorio Emanuele secondo. Dovrei fare il terzo liceo quest’altr’anno; Scuola convitto nazionale Vittorio Emanuele secondo. Dovrei fare il terzo liceo quest’altr’anno [e così di seguito per sette volte].

Un’analisi approfondita venne invece fatta su alcuni comunicati diffusi in quei giorni. In un rapporto dei servizi segre ti italiani del novembre 1983 furono delineate alcune possibili caratteristiche del loro autore, descritto come uno «straniero, verosimilmente di cultura anglosassone», con un «livello intellettuale e culturale elevatissimo», che aveva imparato l’italiano solo dopo aver frequentato il latino; buon conoscitore di Roma, informato sulle regole giuridiche italiane e sulla struttura logistica del Vaticano, «appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale». In pratica, un identikit. Un giorno, all’agenzia di notizie Ansa di Milano viene recapitato un messaggio firmato «Dragan», scritto anche questo in un italiano approssimativo. Vi si dice fra l’altro: «Emanuela era brava ragazza, noi la volevamo salvare, ma voi siete stati cattivi, lei non meritava. Suo corpo forse non trovate più, ma è Aliz che è stato orrendo, lui non può essere un Turkesh, noi Turkesh non uccidiamo, noi buoni. Emanuela piangeva sempre, voleva tornare a vita, la sua era tristezza, quante volte ha tentato di fuggire e Aliz l’ha picchiata, non si picchiano anime così gentili. Io mi chiamo Dragan e sono di Slavia, forse così è che non comprendo bastardaggine di Aliz, perché ammazzato Emanuela, ora io fuggo con Mirella…» eccetera. Siamo di fronte a un italiano distorto in modo così goffo da sembrare voluto. Chi si esprime in un italiano così rudimentale non può scrivere «comprendo» invece del più comune «capisco», o «bastardaggine», che è un termine poco usato e difficile.


Un gruppo di millantatori, dunque, gente che pesca nel torbido. Scriverà nella sua requisitoria il sostituto procuratore Giovanni Malerba: «Nel quadro si inserivano mitomani, visionari, radioestesisti, sensitivi, medium, veggenti, truffatori, sciacalli, detenuti e latitanti in cerca di vantaggi processuali».

Le cose in realtà furono ancora più complicate. Nel tenebroso intrigo vennero coinvolti anche due giornalisti stranieri. Il primo, Richard Roth, corrispondente da Roma della rete americana CBS, ricevette una busta proveniente da Boston. Nel messaggio si chiedeva di nuovo il rilascio di alcuni turchi, fra i quali Agca, in cambio della liberazione di Emanuela. Una perizia disposta da un altro giudice, Domenico Sica (numerosi magistrati si sono occupati del caso nel corso degli anni), accerta che il messaggio è autentico e, soprattutto, che il suo autore dimostra di conoscere il contenuto di una lettera inviata dai familiari di Mirella al presidente della Repubblica Sandro Pertini. Dunque, non si tratta di squallidi mitomani, ma di gente del mestiere, capace di venire in possesso di informazioni riservate. Il secondo straniero è l’americana Claire Sterling, giornalista e scrittrice, esperta di cose italiane. Un suo articolo, pubblicato dal «New York Times», mette l’accento su un’ipotesi che circolava solo a mezza voce: l’intera faccenda è stata organizzata dai servizi segreti bulgari per conto dell’Unione Sovietica. La base logica dell’ipotesi è l’interesse di Mosca e del blocco orientale a destabilizzare il potere di Giovanni Paolo II prima che sia questi a destabilizzare il sistema comunista in Europa. Claire Sterling, ottima professionista, manifestava un così acceso anticomunismo da aver suscitato il sospetto che lavorasse in realtà anche per la Cia, circostanza mai provata. Provato è, invece, che a un certo punto entrano nel gioco i servizi segreti della Germania dell’Est, più precisamente il X dipartimento della Stasi, addetto alla disinformazione. Il 4 agosto all’Ansa di Milano viene recapitata una raccomandata con ricevuta di ritorno (sic!) a firma di un sedicente «Fronte liberazione turco anticristiano Turkesh». Vi si legge: «Emanuela Orlandi nostra prigioniera passerà all’esecuzione immediata il giorno cristiano 30 ottobre voi sapete che questa data è la resa del nostro paese sacrosanto e invincibile nell’anno di vostra grazia 1918…» eccetera. Ancora una volta un italiano volutamente sgrammaticato e il richiamo, niente meno, che alla fine della Prima guerra mondiale. Dall’ambasciata turca in Italia si affrettano a precisare che il Fronte Turkesh non esiste.



L’incontro era avvenuto nel luglio 1983 (quindi pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela) ed era rimasto segreto per oltre dieci anni. Che cosa disse Parisi? Disse «che era percepibile un costante riserbo della Santa Sede che aveva di fatto precluso qualsiasi attività conoscitiva… escludeva quindi nella Santa Sede qualsiasi volontà di collaborare al progresso delle indagini» scrive il giudice. E aggiunge testualmente: «Ritengo che le ricerche conoscitive sulla vicenda siano state viziate proprio per il diaframma frapposto tra lo Stato italiano e la Santa Sede; l’intero svolgimento della vicenda fu caratterizzato da numerose iniziative disinformative con fini di palese depistaggio, lasciando nel dubbio gli operatori». Il giudice faceva sua questa analisi, annotando in sentenza che tali dichiarazioni coincidevano «con il convincimento progressivamente maturato» dal suo ufficio. La magistratura italiana ha anche inoltrato alcune rogatorie «alla competente autorità giudiziaria» della Città del Vaticano, rimaste tutte, con diverse motivazioni, senza una vera risposta. Quanto a monsignor Monduzzi, interrogato anch’egli per rogatoria, si limiterà a dire che l’incontro con Parisi non era mai avvenuto. Il prefetto non potè controbattere, perché nel frattempo era morto. Anche il sostituto procuratore Giovanni Malerba nella sua requisitoria si sofferma sulla testimonianza di Parisi riferendo ancora una volta le sue parole: «Ritengo che le ricerche sulla vicenda siano state viziate proprio per il diaframma frapposto tra lo Stato italiano e la Santa Sede. L’intero svolgimento della vicenda fu caratterizzato da numerose iniziative disinformative con fini di palese depistaggio…». In pratica, tutti i funzionari della Repubblica che si sono occupati del caso, pubblici ministeri, giudici istruttori, dirigenti dei servizi segreti, si sono scontrati con la mancata collaborazione delle autorità vaticane. Per giustificare la risposta negativa a una delle rogatorie venne data, per esempio, la seguente motivazione: «Nessuna inchiesta giudiziaria è stata esperita dalla magistratura vaticana trattandosi di fatti avvenuti al di fuori del territorio dello Stato», avvenuti cioè in Italia. Le autorità vaticane non allestirono neppure una linea telefonica diretta per consentire ai «rapitori» di mettersi velocemente in contatto con chi avrebbe potuto dare eventuale seguito alle loro richieste.


Tratto dal libro : I segreti del vaticano, Storie, luoghi, personaggi di un potere millenario pag. 175-198. Disponibile prossimamente per il download

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