La Bibbia NON Parla Di Dio. La Verità sull'Antico Testamento
- Libera Informazione

- 30 apr 2021
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 8 mag 2021

PASSI CITATI IN EBRAICO CON LA TRADUZIONE LETTERALE
Nel riportare il testo ebraico si è scelto di indicare solamente le consonanti, tenendo conto della fonte originaria così come era prima dell’intervento di vocalizzazione effettuato dai “masoreti” e dai “puntatori”.
Nei casi in cui nel testo ho voluto rendere la pronuncia della lingua ebraica, ho scelto volutamente di non utilizzare i simboli fonetici ufficiali in quanto rimarrebbero comunque incomprensibili per i non addetti ai lavori. Sono stati quindi riprodotti i suoni nel modo più fedele possibile, utilizzando le consuete vocali e consonanti della lingua italiana strettamente necessarie a rendere il suono, evitando ad esempio le indicazioni per i suoni gutturali. Sono certo che gli esperti di fonetica e traslitterazione comprenderanno i motivi di questa decisione. La tabella qui riportata esemplifica quanto ho voluto fornire al lettore:
• la prima riga contiene il testo ebraico non vocalizzato, che viene letto da destra a sinistra; • la seconda riga contiene la traduzione letterale, anch’essa procedente da destra a sinistra.

TERMINI SEMITICI, SUMERI E ACCADICI
Come già detto per l’ebraico, si è scelto di utilizzare una grafia semplificata per la trascrizione dei termini appartenenti alle lingue semitiche in genere e a quelle sumera e accadica, senza fare ricorso ai simboli fonetici ufficiali o alle divisioni dei termini nelle loro componenti, al fine di rendere scorrevole la lettura senza generare confusioni.
ELOHIM, SINGOLARE E PLURALE

Al vocabolo Elohim viene dato ampio spazio in vari capitoli e mi limito a fornire qui in via preventiva una precisazione puramente funzionale. Il termine contiene la desinenza ebraica del plurale, e in questo libro si trova abbinato anche con articoli e/o verbi al singolare. Nel caso del singolare si intende attribuire l’azione a quell’Elohim che ha definito il patto di alleanza con Mosè e il popolo che egli ha costruito, oppure al gruppo degli Elohim che agisce nel suo insieme. Quindi, ad esempio, quando si dice che l’Elohim ha compiuto una certa azione, si intende dire che a compierla è stato quello che tra gli Elohim era conosciuto con il nome Yahweh e aveva un rapporto diretto e specifico con il popolo ebraico. Ho così voluto evitare l’uso alternato di El (singolare) ed Elohim (plurale) che avrebbe potuto generare confusione
Ho infine scelto deliberatamente di indicare il termine con la maiuscola iniziale, anche se la correttezza grammaticale vorrebbe la lettera minuscola, ma la tradizione ormai acquisita ha diffuso questa modalità alla quale ho deciso di aderire.
YAHWEH

Nel testo si trova un’apparente contraddizione tra le varie modalità di lettura del nome. Ribadisco che l’incongruenza è solo apparente, in quanto nelle tabelle di traduzione ho mantenuto la vocalizzazione masoretica presente di volta in volta, mentre nel testo corrente ho usato il più conosciuto Yahweh.
ACCENTI E SEGNI D’INTERPUNZIONE

Sia per l’ebraico sia per il greco ho scelto di non indicare segni di punteggiatura e accenti. L’aggiunta di spiriti e accenti, così come dello iota sottoscritto, in greco è frutto del metacharakterismós, cioè della trascrizione dei testi classici realizzati in epoca bizantina col criterio di determinare chiaramente la corretta pronuncia dei testi antichi, che non li avevano. In questa sede ho deciso quindi di seguire la stessa metodologia adottata per l’ebraico, che in origine non aveva alcun segno.
PERSONAGGI OMERICI

Per non appesantire la lettura e distogliere il lettore dall’oggetto specifico dell’analisi, ho scelto di citare i vari personaggi omerici senza fornire specifiche informazioni per ciascuno: i dati sono sintetizzati nel Glossario finale
Gli approfondimenti relativi ai vari temi trattati si trovano nei testi riportati in Bibliografia.
Facciamo finta che...
Il primo capitolo richiama volutamente la scelta metodologica dichiarata, per cui possiamo iniziare questo nostro percorso nel mondo biblico con una questione che riguarda il fondamento di tutto ciò che sappiamo – o crediamo di sapere in quanto così ci è stato insegnato – sul rapporto tra l’uomo e quel Dio la cui figura è stata elaborata dalla teologia giudaico-cristiana nel corso dei secoli. Per farlo, utilizziamo una preziosa, e curiosa, ricostruzione del tempo riferibile al nostro pianeta contenuta nel libro Da dove veniamo?, di Roberto Giacobbo, in cui si raffronta la durata convenzionale di un nostro anno solare con l’intero ciclo di esistenza del nostro pianeta, riproducendo un’efficacissima proporzione tra gli eventi fondamentali accaduti sulla Terra
– misurabili in milioni di anni – e i giorni, i minuti, i secondi con i quali suddividiamo abitualmente il tempo nella quotidianità.
Ne sortisce un quadro sorprendente perché capace di collocare gli eventi nella loro esatta dimensione temporale e attribuire loro la giusta valenza nell’economia complessiva del tempo. Citiamo dal libro:
Cominciamo ponendo la formazione della terra al 1° gennaio, corrispondente a 4 miliardi e mezzo di anni fa. Il 9 luglio, dunque parecchi mesi dopo, si formano l’ossigeno e l’atmosfera: siamo a 2 miliardi e 200 milioni di anni fa. Ra Facciamo finta che...18 La Bibbia non parla di Dio pidamente arriviamo al 29 novembre, corrispondente a 400 milioni di anni fa; in quella data cominciamo a vedere le prime piante e i primi animali. Dobbiamo arrivare al 13 dicembre per vedere nascere i primi dinosauri, 230 milioni di anni fa. Provate solo a pensare che di solito, quando arriva il 13 dicembre, per noi l’anno è ormai quasi finito e siamo già in ritardo per i regali di Natale; in questo nostro calcolo, invece, ci aspetta ancora una strada molto interessante da percorrere. Il 27 dicembre, solo quattro giorni prima della fine dell’anno, si estinguono i dinosauri e ci troviamo così a 65 milioni di anni fa. In quel periodo la terra non era quella che conosciamo oggi, i continenti erano ancora uniti in un’unica grande massa, chiamata Pangea. È infatti il 28 dicembre, circa 30 milioni di anni dopo la scomparsa dei dinosauri, solo ventiquattr’ore nel nostro ideale calendario, che ha inizio il movimento della crosta terrestre.
Ma veniamo a noi e parliamo dell’Homo sapiens: fa la sua comparsa circa 35.000 anni fa; nel nostro ipotetico anno siamo arrivati alle 23.56 e 15 secondi del 31 dicembre, mancano meno di quattro minuti alla mezzanotte e l’uomo è ancora poco più di una scimmia. Alle 23.57 e 43 secondi ha inizio l’Era glaciale: stiamo parlando di 20.000 anni fa. A poco più di un minuto dalla mezzanotte, cioè alle 23.58 e 42 secondi, finisce l’Era glaciale; ci troviamo a 12.500 anni fa, cioè 10.500 anni avanti Cristo. Mancano solo 34 secondi alla mezzanotte quando, nel 2975 a.C., fa la sua comparsa il primo faraone in Egitto. Alle 23.59 e 55 secondi Dante sta scrivendo la Divina Commedia. Alle 23.59, 59 secondi e 74 centesimi, il cosmonauta russo Yurij Gagarin affronta per primo lo spazio. Quindi, in questo anno idealmente compresso, tutta la nostra civiltà evoluta, legata all’elettronica, allo spazio, alle tecnologie più avanzate, occupa 26 centesimi di secondo.
Un battito di ciglia quasi impercettibile in un anno. È un esempio curioso, ma può farci capire quello che realmente siamo rispetto a quello che crediamo di essere.
A questo punto ci si pone una domanda che è ovviamente inevitabile, anche se, come tutte le questioni intelligentemente semplici, spesso non rientra nel comune modo di pensare: “È possibile che in un lasso di tempo così esteso, considerando anche solo il periodo compreso tra la scomparsa Facciamo finta che... parsa dei dinosauri e oggi, la nostra sia l’unica civiltà evoluta sviluppatasi sulla Terra?”
L’interrogativo acquista ancora maggior peso e consistenza se si pensa che la Terra ha circa 5 miliardi di anni, mentre la scienza attribuisce all’universo una durata di vita di almeno 14-15 miliardi di anni. Come si comprende immediatamente, rapportandolo alla durata di vita dell’universo, il “peso” della presenza dell’uomo nel cosmo viene sostanzialmente ridotto di un terzo rispetto a quella misura che già di per sé appariva prima in tutta la sua ridicola inconsistenza. La visione storica antropocentrica che colloca l’uomo al vertice o, se si preferisce, al centro di tutto, viene fortemente ridimensionata: in tale prospettiva, la questione posta risulta dunque, se possibile, ancor più fondamentale. Ma il tema di questo libro è dato dalla Bibbia, il cosiddetto libro sacro per eccellenza, e la domanda che il tema impone ha implicazioni ben più pesanti: riguarda infatti il contenuto stesso delle affermazioni teologiche che da quel libro sono tratte. Si può affermare da subito che anche in chiave teologica l’antropocentrismo risulta palesemente ingiustificato e dunque da riesaminare, se non da rigettare in toto. Infatti, se l’uomo è stato “creato” (ma vedremo più avanti che non è biblicamente così) per “servire e amare Dio”, ci dobbiamo necessariamente chiedere:
Cosa sono pochi centesimi di secondo di amore e servizio, rispetto a quella quantità incredibile di tempo in cui Dio non era servito e amato da nessuno?
• Che cosa sono quei pochi attimi di presenza umana messi a confronto con la durata di vita dell’universo?
• A che pro tanto spreco di tempo e di spazio?
• Perché non creare la vita fin da subito?
• Perché miliardi di anni di vuoto cosmico, di silenzio, di assenza di ogni forma di dialogo, di preghiera e di offerte di sacrifici, per avere pochi millenni di amore e dedizione? 20 La Bibbia non parla di Dio
• Cosa ne sarà di quell’amore e di quella dedizione a Dio quando l’uomo cesserà di esistere come hanno fatto prima di lui altri milioni di specie viventi? Dio rimarrà nuovamente solo nel silenzio degli spazi siderali freddi e vuoti?
• Dio si è sentito solo nei primi miliardi di anni e ha avvertito il bisogno di una compagnia che riempisse la sua solitudine?
• Dio ci ha creati per dare amore o per riceverlo? O per entrambi i motivi?
• È forse un Dio che ha preso coscienza delle proprie necessità nel lungo periodo della vita dell’universo?
Si tratta ovviamente di domande retoriche, perché lo studio dell’Antico Testamento ci rivela una realtà ben diversa e molto più concreta: come vedremo, le finalità del presunto Dio formulate dalla teologia non sono presenti in quel libro.
Per adesso, è necessario comprendere che, quando parìliamo di Bibbia, solo illusoriamente ci riferiamo a un testo unico, coerente, scritto in modo unitario in un momento preciso del lontano passato. Ancora più illusoriamente pensiamo che sia il frutto di un’ispirazione divina operante in origine e nel prosieguo dei secoli.
Non è così.
L’Antico Testamento è un insieme di libri tra i più scritti, riscritti, manipolati, emendati,
interpolati, modificati, cancellati, corretti, eliminati e poi ufficialmente ritrovati nella storia dell’umanità.
Gli stessi biblisti israeliani, come il professor Alexander Rofe, docente presso la Hebrew University di Gerusalemme, non hanno alcuna difficoltà ad affermare che la Bibbia che leggiamo noi non sia quella scritta in origine.3 Ma l’incertezza va ben oltre. Dobbiamo infatti sapere che i dubbi sono tali e tanti da coinvolgere anche gli stessi libri che vengono definiti canonici e, dunque, fonte di verità.




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