LO SCONTRO I SOLDI, IL POTERE. VATICANO MASSONE IL LATO SEGRETO DELLA CHIESA DEL PAPA
- Marko Petrungaro
- 27 gen 2021
- Tempo di lettura: 26 min

LO SCONTRO IN VATICANO, I SOLDI, IL POTERE
Logge massoniche, gesuiti e altri poteri in lotta L’elezione di un gesuita, padre Jorge Mario Bergoglio, al soglio di Pietro rappresenta un fatto epocale. La vittoria in conclave del primo papa gesuita della storia è avvenuta dopo un gigantesco scontro di potere, le cui proporzioni non sono ancora state comprese. Il pendolo della storia si è spostato, compiendo un’oscillazione amplissima, che muta gli equilibri della più antica istituzione del mondo. Dopo un periodo lungo 35 anni, iniziato nel 1978 con la salita al soglio di papa Wojtyla e proseguito senza soluzione di continuità con il papato di Ratzinger, tutto sembra cambiare, portando un vento nuovo nelle oscure stanze della curia ma anche nella comunità cattolica mondiale e nel più ampio teatro della geopolitica, della quale il Vaticano è un importantissimo attore. Che significato profondo ha la salita del gesuita Bergoglio al soglio papale? Quali conseguenze saranno prodotte da una svolta che è stata salutata con gioia dai fedeli, ma che è stata valutata troppo superficialmente? Quali forze hanno ribaltato l’esito apparentemente scritto di un conclave che sembrava assegnare il papato a figure molto distanti da quella di Bergoglio e persino antagoniste, come nel caso del cardinale Angelo Scola, esponente di Comunione e Liberazione? L’opinione pubblica ha iniziato a percepire che dietro allo scontro interno, senza precedenti, c’è molto di più: una lotta tra fazioni che si contendono il futuro stesso della Chiesa di Roma. Si avverte la presenza di un oscuro disegno, di un “livello” molto più alto di confronto: e i nodi da sciogliere, per capire quanto accade, sono tanti. Più di un indizio è emerso. Nel corso del lavoro della commissione cardinalizia, l’unica autorizzata a indagare sui porporati coinvolti nella scottante fuga di documenti papali, una parola ha fatto sussultare e fremere persino le foglie dei curatissimi giardini vaticani: “massoneria”. Dopo l’avvio dell’inchiesta penale che ha portato all’arresto di Paolo Gabriele, l’aiutante di camera di Benedetto XVI, accusato di essere “il corvo”, papa Ratzinger, oggi “emerito”, ha più volte chiamato a rapporto i tre cardinali della commissione da lui incaricata di fare piena luce sul caso Vatileaks. Per un insieme di ragioni, i poteri di tale commissione erano enormi. Poiché i cardinali incaricati erano tutti “emeriti”, cioè liberi da incarichi pastorali o di curia e quindi con molto tempo a disposizione per indagare, ed essendo ultraottantenni e quindi slegati dal conclave, erano, o perlomeno dovevano essere, super partes. Il mandato pontificio li rendeva in grado di operare in estrema libertà, per cui potevano “scavalcare” gerarchie e procedere in un fitto calendario di audizioni e accertamenti che si sono svolti parallelamente all’indagine dei magistrati e della gendarmeria vaticani. È così che il capo commissione, lo spagnolo Julian Herranz, giurista dell’Opus Dei, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l’italiano Salvatore De Giorgi, ex arcivescovo di Palermo, hanno relazionato direttamente al pontefice, nella terza Loggia dove hanno sede l’appartamento papale e la Segreteria di stato. Una relazione sconvolgente, a quanto è dato sapere; talmente forte da essere stata determinante nella scelta di Ratzinger di dimettersi. Ratzinger l’ha fatto leggere solo al suo successore, papa Bergoglio. Ma non è escluso che sia stato determinante nel bloccare in conclave la candidatura di Scola e di altri candidati appoggiati da potenti gruppi integralisti. Il faldone è stato blindato nella cassaforte di una stanza nella seconda Loggia del palazzo apostolico. È il dossier dei veleni, dei miasmi della curia, dei segreti che in Vaticano non restano mai tali. A redigerlo, sotto il controllo dei tre cardinali detective, è stato padre Luigi Martignani, un frate cappuccino, già minutante della Segreteria di stato che ha fatto da segretario ai tre alti prelati. Giochi di potere, sesso, denaro: tutto è confluito in quel rapporto, che dovrà orientare l’azione di Bergoglio nella riforma della curia. Non c’è solo la violazione del sesto e settimo comandamento (non commettere atti impuri e non rubare), con tutto quello che ciò comporta in termini di credibilità per la Chiesa (a partire dallo Ior). Le piaghe della Chiesa sono molto profonde. Quali sono le “radici” di questi mali? Come ha ricordato l’ex vaticanista di «Repubblica» Marco Politi (oggi analista de «Il Fatto Quotidiano» e autore di Joseph Ratzinger. Crisi di un papato) in un’intervista a Pierluigi Mele di Rainews, «Noi sappiamo, proprio in base ai documenti di “Vatileaks”, che nel Vaticano ci sono fenomeni di corruzione, che c’è un grande problema nell’opacità della banca vaticana, che ci sono lotte di cardinali, che c’è stato un grande malumore nei confronti del segretario di stato Bertone. Tutto questo deriva in parte anche dalla mancanza di forze di Benedetto XVI, che è un grande predicatore, ma non ha il talento dell’uomo di governo e ha fatto l’errore di prendersi come braccio destro anche una persona che ha una formazione soprattutto teorica, come il cardinale Tarcisio Bertone e non viene dall’esperienza diplomatica e non conosceva la macchina vaticana e non aveva esperienza dell’apparato vaticano. Ovviamente se andiamo alle radici profonde di questi mali sono in una mancanza di coerenza: perché da un lato il messaggio della chiesa è molto alto e dall’altro – come ha denunciato lo stesso papa Ratzinger – ci sono carrierismi, divisioni, egoismi, interessi personali e quindi, da un lato, troppo spesso vediamo prelati coinvolti in affari di denaro e negli ultimi anni l’opinione pubblica è diventata estremamente esigente contro quelli che sono gli scandali e abusi sessuali, che per decenni sono stati nascosti dalla Chiesa». Soffermiamoci ancora un attimo sul lavoro dei tre cardinali, perché la vicenda è collegata al tema delle forze che occultamente operano in Vaticano. I mesi di lavoro alla ricerca del responsabile del continuo esodo di documenti riservati al di fuori delle mura leonine sono stati cadenzati da un ritmo serrato: ad allarmare – metaforicamente – non è stata la “perdita d’acqua”, bensì l’idea della falla nelle mura del castello di una delle ultime monarchie assolute del pianeta. Oltre al danno, la beffa: non solo la fuga di notizie e la sottrazione di documenti custoditi sulla scrivania di uno degli uomini più potenti del mondo, non solo il fermo di uno dei fedelissimi del papa, il maggiordomo del pontefice accusato di essere uno dei cosiddetti corvi, ma anche l’ombra della massoneria, il “nemico” per antonomasia, pericoloso come il comunismo, statutariamente condannato da secoli perché accusato di cospirare contro la Chiesa per distruggerla. Nel corso di uno dei tanti interrogatori della tarda primavera 2012, un laico di cittadinanza italiana, un dipendente della Segreteria di stato, ha inquadrato la propria partecipazione alla fuga di notizie in uno scenario ancora più inquietante di quanto già non avesse suggerito la vicenda del maggiordomo-corvo. Le dichiarazioni del dipendente laico, rese quasi in lacrime, hanno aperto uno squarcio sui mandanti, delineando un retroterra misterioso: «Mi sono messo al servizio di una Loggia massonica che opera dentro il Vaticano e della quale fanno parte anche dei cardinali. Scopo della nostra azione, portata avanti nella convinzione di fare il bene della Chiesa, è quello di mettere fine all’attuale situazione di anarchia che mette a rischio la cristianità» 1 . Qual è l’obiettivo immediato? Colpire il cardinale Tarcisio Bertone, alla guida della Segreteria di stato dal 2006, «per arrivare alla sua sostituzione» 2 . Dietro la confessione filtrata dalle mura leonine a fine maggio 2012, rivelatrice delle intenzioni di tagliare fuori dal governo della Chiesa il cardinale Bertone, c’è davvero una Loggia massonica avvinghiata al cuore del Vaticano? È in atto un evidente scontro di potere. Nel conflitto è emerso che nessuna stanza dei bottoni è inviolabile. Tuttavia i misteri restano, come rimangono oscuri sia il burattinaio sia la regia. E il processo a Paolo Gabriele ha fatto emergere che tra le migliaia di pagine di documenti sequestrati il 25 maggio 2012 nell’abitazione del maggiordomo papale Paolo Gabriele «moltissime riguardavano la massoneria e i servizi segreti», come hanno dichiarato in aula il 2 ottobre 2012 gli agenti della gendarmeria che hanno effettuato le perquisizioni. Inoltre, nell’abitazione del “corvo”, situata in via Egidio, vicino all’«Osservatore Romano», sono stati rinvenuti manuali e documentazioni di intelligence con istruzioni su tecniche di pedinamento e di intercettazioni ambientali, oltre a numerose carte su modalità di spionaggio e di rilevazione di tracce. Tra le carte sequestrate figuravano anche dossier sulla P3 e sulla P4, oltre a documenti che testimoniavano una sorta di ossessione per la figura di Luigi Bisignani, oggetto di decine di carte. A ciò si aggiunge una vera e propria attività di dossieraggio su questioni spinose: il caso Boffo, le procedure interne di funzionamento della gendarmeria vaticana e la scomparsa di Emanuela Orlandi. Nomi pesanti C’è poi da considerare la rete dei confidenti dell’ex maggiordomo di Benedetto XVI: nomi di cardinali influenti, come il vicario papale per la Città del Vaticano monsignor Angelo Comastri e l’ex vicecamerlengo Paolo Sardi, indicati come appartenenti a una Loggia massonica interna; vescovi come Francesco Cavina (ora alla diocesi di Carpi, ma in precedenza alla Segreteria di stato), e persone in passato molto vicine a papa Ratzinger, come l’ex segretaria Ingrid Stampa. Queste erano alcune tra le persone con cui Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo papale condannato per il furto di documenti riservati, aveva contatti e scambiava confidenze su problemi riguardanti la Santa Sede, secondo quanto è emerso dall’interrogatorio reso il 6 giugno 2012 da Gabriele al giudice istruttore Piero Antonio Bonnet e reso pubblico il 2 ottobre 2012 nella seconda udienza del processo.

Nell’aula del tribunale d’Oltretevere il promotore di giustizia Nicola Picardi ha chiesto conto a Gabriele di quanto detto nell’interrogatorio sul fatto di essersi sentito «suggestionato» dalla «situazione ambientale» parlando di vicende che costituivano «scandalo per la fede» e delle «confidenze che scambiava con il cardinale Comastri, con monsignor Cavina, con il cardinale Sardi», che aveva definito «una specie di guida spirituale», «e con Ingrid Stampa». Il magistrato gli ha anche chiesto se c’era solo “suggestione” o anche “collaborazione”. Gabriele ha però risposto di non riconoscersi in tale «ricostruzione», frutto di una «estrema sintesi di un discorso molto più ampio» sulla motivazione che l’aveva spinto a fare quello che ha fatto. Ha ricordato che i suoi rapporti con i prelati partivano dai primi tempi del suo lavoro in Vaticano, in particolare alla Segreteria di stato, dove quello con monsignor Sardi era stato un «primo approccio» con una persona poi da lui individuata come «un punto di riferimento». «Poi negli anni» ha aggiunto «le cose sono cambiate e ora ritengo di non poterlo più definire come una guida spirituale.» L’ex maggiordomo ha contestato che si potesse usare la parola “suggestione” in relazione alle persone citate nel processo, e tanto meno che si potesse parlare di “collaborazione”. «Anche perché dovrei fare altri nomi» ha aggiunto sibillino. E anche quando in istruttoria gli era stato chiesto con quante persone parlava, la risposta era: «Dovrei dire un numero enorme di persone». È interessante osservare che, oltre a monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Santo Padre, il 2 ottobre 2012 ha testimoniato al processo contro Paolo Gabriele anche la ciellina Cristina Cernetti, una delle Memores Domini che svolgono servizio presso l’appartamento del papa. Tra i testimoni sono comparsi anche i gendarmi Giuseppe Pesce, Gianluca Gauzzi Broccoletti, Costanzo Alessandrini. La testimonianza di quest’ultimo non era stata raccolta nell’ambito dell’inchiesta istruttoria, così come quella di altri quattro testimoni che sono stati ascoltati nell’udienza del 3 ottobre 2012: Luca Cintia, Stefano de Santis, Silvano Carli e Luca Bassetti. «Facevo le fotocopie dei documenti durante l’orario di lavoro, con la fotocopiatrice in dotazione all’ufficio» ha affermato Paolo Gabriele, lanciando sottili messaggi in codice. Gabriele, infatti, parlando delle circostanze in cui si è appropriato dei documenti riservati del pontefice, ha spiegato che aveva una postazione all’interno dell’ufficio dei due segretari del papa, ognuno dei quali dispone di una scrivania. «Essendo il mio movimento all’interno della stanza libero e non avendo un fine malvagio» ha puntualizzato «ho fotocopiato anche in presenza di altri nell’orario in cui la mia presenza era prevista.» Gabriele si interessava ossessivamente di massoneria: sapeva tutto delle gesta del faccendiere Luigi Bisignani, dalla maxi tangente Enimont transitata per lo Ior allo scandalo della Loggia P4. E poi aveva accumulato una corposa documentazione sulla massoneria internazionale, oltre a un’impressionante mole di manuali da apprendista agente segreto. Nella sua casa a Borgo Pio gli agenti della gendarmeria vaticana hanno trovato un archivio degno di Pio Pompa, il collaboratore del Sismi che il generale Nicolò Pollari chiamava «il mio orecchio». Numerosi anche i dossier su singole congregazioni, su movimenti ecclesiali e organizzazioni religiose che si fronteggiano nella guerra sotterranea fuori e dentro le Mura Leonine. Segno che Gabriele riteneva di dover indagare su questi fenomeni o di dover prendere posizione nell’ambito di questa guerra, sconosciuta all’opinione pubblica. Tra i documenti portati via dall’abitazione dell’ex maggiordomo di Benedetto XVI, quelli che hanno sorpreso di più la gendarmeria vaticana, guidata dal comandante Domenico Giani – ex agente dei servizi segreti italiani e stretto collaboratore di super spie come Pollari e Mancini – sono i faldoni dell’inchiesta della procura di Napoli sulla presunta P4 di Luigi Bisignani. Al maggiordomo infedele, Bisignani e la massoneria interessavano davvero tanto. Gabriele si era studiato tutti gli atti delle ultime inchieste; aveva sottolineato i legami vaticani; si era documentato autonomamente su chi potessero essere i porporati in rapporto con quel sessantenne che da giovane faceva la rassegna stampa per Giulio Andreotti. Gli inquirenti hanno poi trovato anche molte carte sulle Logge massoniche e sulle diverse “obbedienze” dei grembiulini. Non era l’unico ad avere questa “passione”, in Vaticano, poiché come abbiamo visto uno dei funzionari vaticani torchiati all’inizio delle indagini ammise in lacrime di essere «al servizio di una Loggia massonica della quale fanno parte anche dei cardinali»

Segreto a ogni costo
Addentrarsi nei territori oscuri degli arcana imperii della Chiesa, dei segreti che contraddistinguono il rapporto tra Vaticano e massoneria non è semplice. Per una duplice ragione. Il primo articolo della Costituzione vaticana non lascia spazio a dubbi. Il Vaticano è una monarchia assoluta: «Il Sommo pontefice, sovrano dello stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». E quando tali poteri, giudiziario, legislativo ed esecutivo, sono concentrati nelle mani di un solo individuo, ogni modifica dello status quo che non passa per quel soggetto assume i contorni della congiura. Poiché in un simile contesto non esiste confronto democratico, ogni forma di dissenso prende i connotati dell’eversione, del complotto. Per capire meglio i meccanismi tecnici sottesi alla geografia del potere curiale ci siamo rivolti al professor Francesco Clementi, costituzionalista, autore di un importante volume sullo stato della Città del Vaticano 3 . A lui abbiamo chiesto di spiegarci le principali caratteristiche costituzionali del Vaticano 4 . Fra esse in particolare – spiega Clementi – ne spicca una: «Se consideriamo la teorica sulle forme di stato e di governo, e i criteri e le caratteristiche che, nel corso del tempo, la dottrina e il costituzionalismo hanno delineato, lo stato della Città del Vaticano certamente rientra nell’ambito delle cosiddette monarchie assolute, ossia di quelle forme politico-giuridiche che si caratterizzano per una centralizzazione incontestata, cioè, appunto, ab-soluta del potere, senza limiti e garanzie precostituite». Lo stato della Città del Vaticano è inevitabilmente dentro la modernità. Tuttavia, ribadisce il professor Clementi, il dato giuridico è incontestabile: è una monarchia assoluta, se si vuole sui generis, ma tale deve essere necessariamente considerata. Non vi sono tecnicamente “pesi e contrappesi” che giuridicamente possano vincolare il potere e le azioni del papa. Il papa è, a tutti gli effetti, un monarca assoluto: libero di decidere, senza limiti. «Tuttavia» precisa Clementi «un ruolo potenzialmente importante per tradurre un potere così verticale nella dinamica della modernità, e dunque in parte capace di mitigarne o limitarne gli effetti, può essere svolto innanzitutto dal segretario di stato, il cosiddetto ministro degli Esteri della Santa Sede, e dalla stessa curia, il cosiddetto governo della Santa Sede, oltre che, naturalmente, anche dagli organi dello stato della Città del Vaticano: la pontificia commissione e il suo cardinale presidente.» Il carattere di monarchia assoluta del Vaticano favorisce la nascita di cordate, alleanze, congiure e tradimenti, “massonerie” di vario tipo e orientamento. Lo scenario è complesso e per questo merita di essere approfondito con un esperto come Clementi.


«Va detto che tali comportamenti, di freno o limitazione delle volontà papali, sono palesemente del tutto contrari a qualsiasi rispetto di un rapporto fiduciario che, invece, non può non contraddistinguere e qualificare ogni collaboratore del papa. In considerazione di ciò, il miglior sistema di pesi e contrappesi rimane la capacità – che un papa non può non avere – di ascolto e di attenta riflessione prima di decidere, a maggior ragione se le scelte papali sono aiutate e accompagnate da adeguati e disinteressati consigli.» Considerazioni che, se applicate alle dimissioni di Ratzinger, fanno riflettere. Nella sua veste di sovrano dello stato della Città del Vaticano, in teoria, il papa non risponde a nessuno. Come punto di riferimento più alto del credo cattolico, invece, risponde naturalmente a tutti i fedeli, cioè al popolo di Dio: «Dal punto di vista giuridico, nessuno ha poteri di controllo riguardo all’operato del papa» spiega il professor Clementi. «Dal punto di vista religioso, naturalmente, tutti i cardinali, oltre che tutti i fedeli, possono esercitare una sorta di moral suasion rispetto al suo operare. Ma nulla di più.» Qualora l’operato del pontefice fosse scorretto o segnalasse problemi gravi, nella struttura della Santa Sede non ci sono meccanismi di emergenza in senso stretto, giuridicamente azionabili: «Di certo, la “macchina”, tanto quella dello stato della Città del Vaticano quanto quella della Santa Sede, può, come accennavo, frenare e rallentare decisioni che non condivide, mettendo – come si dice – un po’ di “sabbia nel motore”» rileva il costituzionalista. Il professor Clementi valuta così questo tipo di “rallentamenti”: «Naturalmente, è un modo del tutto fraudolento di tradire la fiducia papale e l’obbedienza cieca alle sue decisioni; tali comportamenti ovviamente non sono improduttivi di effetti per i trasgressori delle volontà papali, tanto sul piano del diritto canonico quanto sul piano del diritto interno vaticano; al tempo stesso, ed è la prassi consueta, la struttura istituzionale, in primis i cardinali, possono far conoscere al papa il proprio pensiero, anche dissenziente. Anzi, è ben noto l’uso di lettere private indirizzate al papa per segnalare il proprio punto di vista, a maggior ragione se esso abbia come obiettivo un problema grave che, nell’ottica dello scrivente, dipende direttamente dal papa». Esistono per il Vaticano delle analogie con altre forme di governo? Il cardinale segretario di stato – spiega Clementi – ha un ruolo molto importante e viene assimilato a un classico primo ministro: «In questo senso, posto che questa figura rappresenta il primo collaboratore del papa ai sensi dell’art. 39 della Costituzione apostolica Pastor Bonus, dalla seconda metà del Seicento è di regola un cardinale».
I gesuiti, papa Bergoglio e la massoneria

La ferita originaria: il commissariamento dei gesuiti Si accennava poco fa al tema del “commissariamento” dei gesuiti. La decisione di papa Wojtyla di commissariare la Compagnia di Gesù nel 1981 non ha mai smesso di produrre pesanti effetti sulla geografia del potere ecclesiastico. E si presta a numerose letture interpretative, relative al fatto che esso sia avvenuto in quanto i gesuiti sarebbero uno dei canali dell’infiltrazione massonica in Vaticano, oltre che un ponte di dialogo con forze della modernizzazione, genericamente qualificabili come “di sinistra” o comunque progressiste. La decisione, senza precedenti, fu assunta dal pontefice polacco durante la sua convalescenza post attentato, nei mesi di blackout informativo durante i quali solo la “cerchia polacca” dei fedelissimi aveva accesso all’appartamento papale. Da quel periodo di silenzio emersero due decisioni destinate a cambiare gli assetti di potere interni alla Chiesa e alla curia vaticana: la nomina a progovernatore della Città del Vaticano dell’arcivescovo americano Paul Casimir Marcinkus (che era già il capo dello Ior) e, appunto, il commissariamento dei gesuiti, tanto più clamoroso perché l’ordine religioso più potente del mondo è legato al soglio pontificio da un suo specifico giuramento di fedeltà al papa, che costituisce un quarto voto, oltre ai tre canonici di povertà, castità e obbedienza. Non bisogna poi dimenticare che i gesuiti hanno rappresentato il braccio secolare della Chiesa, l’ordine più contiguo al potere, a ogni latitudine. Prova ne sia il controverso Monita Privata, o Istruzioni segrete della Compagnia dei Gesù 1 , un manuale di infiltrazione e conquista del potere diffuso nei primi anni del Seicento, circa mezzo secolo dopo la fondazione (1540) della Compagnia di Gesù da parte di Ignazio di Loyola, da un gesuita dissidente (il polacco Hieronim Zahorowski) che – pur se considerato un apocrifo – dice molto sulla fama dei gesuiti. Più che soldati di Cristo, i membri vi appaiono come figli di Machiavelli, pronti a usare ogni mezzo a fini di potere temporale, manovrando regnanti o ricche vedove attraverso quell’arte della “dissimulazione” che, nel linguaggio comune, avrebbe reso la parola “gesuita” sinonimo di “ipocrita”. I Monita privata crearono lo stereotipo della “mente nascosta”, del “regista occulto” d’ogni evento, del “Grande Vecchio”. Tanto più che autorevoli padri come Giovanni Argenti e Jakob Gretser scrivevano di apprezzare i rapporti che certi gesuiti intrattenevano con il potere, in linea con i Monita. Da allora – come segnalavano sul «Corriere della Sera» Cesare Medail e Adriano Prosperi il 27 ottobre 2000 – «Il segreto della potenza dei gesuiti ha continuato ad affascinare, per la capacità attribuita alla Compagnia di Gesù di conquistare il potere attraverso un’arte speciale della simulazione e della seduzione, della presenza larvata e della penetrazione occulta di cui si attribuiva loro l’invenzione. È il modello di una possibile via verso la conquista del potere che ha conosciuto una straordinaria fortuna nei secoli successivi. Lo spettro di una forza tanto esigua quanto diabolicamente astuta, capace di insinuarsi nei gangli vitali della società e dello stato fino a prenderne la direzione, si è riaffacciato di continuo da allora in poi, soprattutto nelle fasi dei grandi rivolgimenti politici e sociali. Nei regimi politici dell’età delle masse, dietro i grandi movimenti sociali in atto, per stimolarli e dirigerli, è stato spesso agitato il fantasma di una mente nascosta, un grande burattinaio capace di dirigere gli eventi per scopi sapientemente nascosti allo sguardo degli inconsapevoli attori e delle potenziali vittime». Il potere dei gesuiti è stato spesso collegato a quello dell’ebraismo e della massoneria, secondo dinamiche non lontane da quelle che hanno originato un altro apocrifo, i Protocolli dei Savi di Sion: l’idea che vi sia un piano di dominio globale gestito da gesuiti, ebrei e massoneria. Difficile sapere se questi pregiudizi abbiano avuto un ruolo nelle durissime decisioni del polacco Wojtyla (è curioso osservare che i Monita Privata apparvero a Cracovia nel 1614). Certo è che la dinamica del commissariamento dei gesuiti sembra rispecchiare il copione di un film. La scena è quella dell’aeroporto di Fiumicino, 7 agosto 1981. Dall’Estremo Oriente, quel giorno, stava arrivando padre Pedro Arrupe, il preposito generale della Compagnia di Gesù dal 1965, detto anche “generale”, o “papa nero”, perché si tratta di una carica a vita e a causa dell’influsso da sempre esercitato dai gesuiti all’interno della Chiesa. Arrupe si era recato nelle Filippine per ricordare il quarto centenario della presenza dei gesuiti in quelle isole e aveva sostato anche in Thailandia, per scambiare impressioni e fare il punto con alcuni confratelli presenti nei campi profughi di quella terra. Ma il religioso che sta arrivando – che qualche giornale amava descrivere in posizioni yoga durante la preghiera – viene colpito da una trombosi cerebrale. Non passano che tre giorni: il 10 agosto 1981, seguendo le costituzioni dell’ordine fondato da sant’Ignazio di Loyola, e nonostante le sue condizioni di salute, Arrupe – alla presenza del segretario e degli assistenti della Compagnia – designa vicario generale padre Vincent O’Keefe. Egli avrebbe dovuto convocare poi la congregazione generale e quindi indicare il successore. Ma c’è sempre un “ma” nelle storie che riguardano i gesuiti: il 5 ottobre 1981 papa Giovanni Paolo II, ormai fuori pericolo dopo l’attentato del 13 maggio precedente, interviene in maniera diretta e nomina un suo delegato personale, l’ottuagenario padre Paolo Dezza 2 , e gli affianca come coadiutore padre Giuseppe Pittau. Di conseguenza, O’Keefe viene sostanzialmente cacciato, “dimissionato”. È una decisione che non conosce precedenti, perché di fatto vìola una tradizione e una regola secolari: la convocazione della congregazione generale, vale a dire l’organo supremo dell’ordine, spetta al “papa nero” e, nel caso di sua impossibilità, al vicario. Le reazioni, anche se i gesuiti sono legati a uno speciale voto di obbedienza al papa, non tardano ad arrivare, a cominciare da quelle dei prelati tedeschi. Tutti vedono nel gesto di Wojtyla un pesante atto di sfiducia verso la Compagnia da parte della Santa Sede. Anzi, il teologo gesuita Karl Rahner, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, indirizza a Sua Santità una lettera nella quale dissente in termini espliciti. «Anche dopo aver pregato e meditato» scriveva il grande teologo «non ci è stato facile riconoscere “il dito di Dio” in questa misura amministrativa, perché la nostra fede e l’esperienza della storia ci insegnano che anche l’autorità più alta della Chiesa non è esente da errori.» Parole pesanti come pietre. In quell’incidente di Arrupe e nella successiva missiva di padre Rahner si riflette la complessa storia dei gesuiti da cui proviene papa Bergoglio, l’ordine più colto e preparato della Chiesa, dotato di un prestigio che non è facile riassumere. A quel tempo – l’inizio degli anni Ottanta – contava 36.038 membri, presenti in innumerevoli punti chiave dei cinque continenti. Non era facile tentare un computo delle università che i gesuiti controllavano direttamente o indirettamente (53 nel solo Occidente), i collegi, le scuole, le opere e le iniziative apostoliche. In Italia, per fare un esempio, erano stati i gesuiti, su sollecitazione di papa Pio XII, a creare una serie di iniziative culturali di grande spessore. Come l’Enciclopedia filosofica che esce nel 1958 e, quasi raddoppiata, nel 1968; o le quattro collane di testi dedicati al pensiero che rimettevano in circolazione opere trascurate, o lette con criteri ideologici, dal mondo laico. Inoltre i gesuiti avevano controllato le voci religiose della Treccani, non si erano lasciati sfuggire altre iniziative editoriali, erano presenti nelle cure dei grandi testi a Lovanio, a Oxford, alla Sorbona, in numerose altre università tedesche e del mondo intero. «Quel gesto di Giovanni Paolo II, se volessimo tradurlo in soldoni, significava anche il commissariamento della cultura della Chiesa, o almeno della parte più attenta e operativa» ha commentato sul «Corriere della Sera» Armando Torno. E il fatto che padre Arrupe chiudesse il suo mandato giungendo dall’Oriente, ricordava al mondo che i rapporti con quella parte del pianeta li avevano consolidati e resi operativi proprio i gesuiti, gettando ponti, creando grammatiche, scambiando idee. William V. Bangert, nella sua Storia della Compagnia di Gesù, traccia le radici della presenza culturale dei gesuiti nel mondo, illustrando come dietro a ogni re cattolico (la Compagnia di Gesù si specializzò nella direzione spirituale di personaggi di rango elevato, anche di sovrani, come i re di Francia Enrico IV e Luigi XIV) ci fosse un gesuita confessore; e come a fianco di ogni imperatore orientale ci fosse un gesuita consigliere. Perseguitato nel XVIII secolo, l’ordine venne sciolto nel 1773 da papa Clemente XIV e ricostituito da papa Pio VII nel 1814. I gesuiti sono stati spesso criticati per la loro apertura teologica: ad esempio, per giudicare la colpevolezza di un atto, privilegiarono la teoria del “probabilismo”: esisterebbe cioè una molteplicità di opinioni su quello che deve essere il modo giusto di agire in una determinata situazione e il confessore può sceglierne una probabile (non necessariamente la più probabile) se questa è favorevole al penitente. Ma torniamo al nodo del commissariamento voluto da Giovanni Paolo II. Merita ripercorrerne il percorso attraverso la testimonianza di Pedro Miguel Jamet, biografo di padre Arrupe. Poco prima che l’aereo proveniente da Bangkok atterrasse all’aeroporto di Fiumicino, verso le cinque e mezzo del mattino, Pedro Arrupe tentò di prendere la sua valigia. Ma la sua mano non rispondeva. Al suo ritorno da un viaggio nelle Filippine e in Thailandia, dove si era occupato dei rifugiati della Cambogia, del Laos e del Vietnam, qualche cosa aveva fatto “clic” nella sua testa. L’epoca in cui aveva studiato medicina alla facoltà San Carlos di Madrid doveva indurlo a pensare che si trattasse di una trombosi. Trasportato all’ospedale Salvator Mundi di Roma, alle sette di sera, lo scanner confermò la diagnosi: embolia della carotide sinistra. In quell’istante si fermò l’orologio instancabile di padre Arrupe, l’uomo dalla inesauribile attività apostolica, il gesuita che aveva soccorso le popolazioni giapponesi dopo Hiroshima.

Una storia, questa, che rende bene l’uomo: Pedro Arrupe, con un semplice secchio, andava a prendere l’acqua per i sinistrati di cui si occupava durante il suo noviziato, in un luogo diventato un ospedale di fortuna. Arrupe operava tra le macerie di una città ridotta in cenere in cui si udivano ancora i lamenti delle persone vaganti che domandavano aiuto e un po’ d’acqua. Con il suo rasoio da barbiere come bisturi – racconta Jamet – Arrupe tolse migliaia di frammenti conficcati nella pelle dei giapponesi. Senza medicine né strumenti, egli doveva ricorrere al suo sesto senso medico: dare più cibo a una moltitudine di feriti per facilitare la loro autoguarigione. I suoi gesti d’umanità erano incredibili. L’attacco di Wojtyla ad Arrupe e ai gesuiti Arrupe aveva già conosciuto un po’ di tutto, dalla sua nascita a Bilbao il 14 novembre 1907: l’esilio in Spagna; il periodo del nazismo in Germania; la fase in cui i superiori lo destinarono agli studi di psichiatria; lo stile di vita degli Stati Uniti; l’entrata del Giappone nella Seconda guerra mondiale, mentre scopriva e si appassionava allo zen e alla cultura orientale. Ma anche la prigione, per l’accusa di spionaggio; così come l’enorme sfida di formare dei giovani giapponesi secondo lo spirito del basco Ignazio di Loyola. Il superiore provinciale Pedro Arrupe si preparava ad assumere le più grandi responsabilità. Egli aveva fatto già più volte il giro del mondo, ricco dell’esperienza di una permanente vita cosmopolita, molto diversa da quella di Karol Wojtyla. Mentre si trovava nell’eclettica comunità gesuita del Giappone, intento a rafforzare il prestigio dell’università Sophia in questo paese di missione, fu eletto nel 1965 padre generale della Compagnia di Gesù. Da qui, lo slancio profetico di Pedro Arrupe si estese su tutto il pianeta, rispondendo alle sfide degli anni Sessanta e alla crisi del dopo Concilio in seno alla Chiesa. Ottimista per natura, continuò a essere gioviale e sorridente, vivendo una relazione personale con ciascuno dei suoi confratelli, sempre rivolto al futuro e impregnato di una permanente creatività: «gesuiti come quelli di una volta» amava dire. Ma il post Concilio è anche il momento in cui cominciano i suoi problemi con la Santa Sede. Paolo VI, che pure nutriva molto affetto per Pedro Arrupe, cominciò ad avere paura di attraversare l’ultima tappa del Concilio a causa della rivoluzione spirituale provocata dal Vaticano II nella Chiesa. Pedro Arrupe doveva rendere compatibili due realtà che aveva conosciuto bene nel corso della sua vita: la propria “visione” della Chiesa e la fedeltà alla Sede apostolica. Qui è da ricercare l’origine del dramma di Pedro Arrupe. I gesuiti, guidati da Arrupe, decisero nel corso della loro trentaduesima congregazione generale di lottare contro l’ingiustizia nel mondo, in seguito alle loro nuove opzioni di fede. Questo tema e la revisione dei gradi (le differenti categorie dei gesuiti all’interno dell’ordine) provocarono un intervento della Santa Sede. Paolo VI convocò Pedro Arrupe e non lo lasciò parlare. Gli ordinò di scrivere ciò che gli avrebbe dettato il sostituto della Segreteria di stato, il cardinale Benelli. Arrupe uscì in lacrime. Ma qualche minuto dopo, con un sorriso sulle labbra, spiegava ai rappresentanti dei gesuiti di tutto il pianeta e ai partecipanti della congregazione di Roma come obbedire con gioia. Era diventato una specie di idolo per i giornalisti (era disponibile in tutto e per tutti): si ritrovava traccia delle sue lettere e delle sue conferenze stampa perfino nei giornali dell’Unione Sovietica. Poiché scriveva articoli sull’ingiustizia in America latina, sul razzismo negli Stati Uniti o sulla mancanza di spirito sociale dei suoi ex allievi, fu accusato di marxismo. Egli si prese il rimprovero con humour, senza tuttavia che alcuna critica limitasse la sua libertà. Questa apertura sociale, così radicata in lui, esasperava chi all’epoca era arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla. I gesti di Arrupe avevano più impatto delle sue parole: andò negli Stati Uniti a rendere visita a Daniel Berrigan, un gesuita incarcerato per aver bruciato i dossier militari di reclutamento per la guerra in Vietnam. Sfidò il dittatore Alfredo Stroessner, che aveva espulso numerosi membri dell’ordine in Paraguay. Criticò il generale Franco sul tema delle torture in Spagna. Difese Teilhard de Chardin, il criticato antropologo gesuita, e instaurò un dialogo con i non credenti, gli scienziati, i marxisti e le culture non occidentali. Ma, soprattutto, scrisse centinaia di testi di spiritualità e fu più volte eletto presidente dei superiori degli ordini religiosi a Roma. Era un leader incontestato del dopo Concilio, seguito e ammirato dall’ala rinnovatrice, fino ad allora maggioritaria, della Chiesa. Ma la parte integrista dell’ordine – nella quale si collocava il futuro papa Jorge Mario Bergoglio – e numerosi vescovi non vedevano di buon occhio le innovazioni di Pedro Arrupe. Egli aveva in effetti instaurato un modo di governare diverso, più disinvolto e amichevole, e stabilito nuove interpretazioni dell’obbedienza e della vita religiosa. L’intervento di quelli che si chiamavano ironicamente i “gesuiti a piedi nudi” si propagò soprattutto in Spagna. L’arcivescovo di Madrid, che era allora Casimiro Morcillo, fu sul punto di ottenere dal Vaticano la creazione di una provincia a parte per tutto il gruppo dei gesuiti ortodossi. Tuttavia, Pedro Arrupe, instancabile viaggiatore, che aveva ritardato intenzionalmente la sua visita in Spagna, proprio perché era il suo paese, vi si recò nel 1970 e, con la sua innata simpatia, “si mise in tasca” numerosi conservatori. Anche l’ondata di proteste da parte di coloro che volevano dei gesuiti “più tradizionali” continuava ad avere ripercussioni fino a Roma. Giovanni Paolo I morì prima di pronunciare un discorso molto critico nei riguardi dei membri dell’ordine di Ignazio di Loyola. È evidente che anche Giovanni Paolo II non condividesse le idee di padre Arrupe, anche se rispettava il suo grande impegno spirituale. Pedro Arrupe tentò di dialogare con lui. Ma il papa aveva già preso da sé le decisioni sul caso. Nel corso del pre conclave che precedette l’elezione di papa Wojtyla, alcuni cardinali, su richiesta del generale dei gesuiti, discussero dello stato dell’ordine nel mondo e analizzarono il discorso di papa Luciani, Giovanni Paolo I. Karol Wojtyla, che aveva già avuto degli attriti con i gesuiti nella sua diocesi, era tra quelli. In seguito, Pedro Arrupe domandò numerose volte udienza a Giovanni Paolo II. Ma il “papa bianco” non volle ricevere il “papa nero” se non due volte; e solamente per brevi istanti. Nel corso dei suoi esercizi spirituali, padre Arrupe ebbe una premonizione sulle sofferenze che avrebbe potuto provocare ai gradi superiori. «Se il mio stile non piace al papa, mi devo dimettere» disse. Annunciò alla Compagnia che avrebbe rinunciato al suo posto. Il papa non accettò le sue dimissioni. Aveva un altro piano per l’avvenire della Compagnia. Sopraggiunse però la trombosi e l’orologio si arrestò. Con la metà del corpo paralizzato, Pedro Arrupe dovette reimparare in qualche modo a scrivere. L’uomo che parlava sette lingue aveva ormai solo l’udito e a stento poteva esprimersi in spagnolo. Aveva dimenticato tutti i nomi. Chi ebbe l’occasione di rendergli visita a Roma per preparare la sua biografia, nel luglio 1983, racconta che Arrupe si trovava in un angolo della sua spoglia stanza di ospedale, scavato, quasi trasparente, ma con un dolce sorriso sulle labbra, sostenuto da un coraggio interiore impressionante. Pedro Arrupe sorrideva, ma i suoi occhi piangevano. Poiché non gli era più possibile governare conformemente ai regolamenti della Compagnia, aveva nominato il suo vicario, padre Vincent O’Keefe, per convocare la congregazione generale, il “parlamento” gesuita, che doveva eleggere il suo successore. A quel punto, la Santa Sede intervenne in maniera imprevista. Un bel giorno, il cardinale Agostino Casaroli, senza informare il nuovo vicario, rese visita a padre Arrupe nella sua stanza d’ospedale. Quando uscì, dopo alcuni minuti, c’era una lettera sul tavolo, consegnata all’addolorato padre Arrupe. Il papa interrompeva il processo costituzionale dell’ordine e nominava il suo delegato personale. All’inizio, il Vaticano aveva addirittura pensato a un uomo che non appartenesse alla Compagnia. Ma alla fine decise di scegliere un gesuita, padre Paolo Dezza, un ottantenne, mezzo cieco, che era stato confessore di due papi e la cui principale caratteristica era proprio quella di non approvare le idee di Pedro Arrupe. Per ricompensarlo dei suoi servizi, Giovanni Paolo II lo avrebbe nominato cardinale, dopo la morte di Arrupe. Contemporaneamente a queste manovre, padre Arrupe ricevette il suo biografo, il giornalista scrittore Pedro Miguel Jamet, per un periodo di venti giorni (con il permesso di padre Dezza e del suo coadiutore padre Giuseppe Pittau) e gli accordò l’ultima grande intervista della sua vita, prima di perdere definitivamente la parola. Il biografo ripercorse tappa per tappa le differenti peripezie della vita del papa nero e Pedro Arrupe rilasciò preziose dichiarazioni. Eccone qualche esempio illuminante. Sulla decisione dei gesuiti di optare per la giustizia internazionale: «Sentivo che qualcosa di nuovo stava per cominciare. Avevo una certezza molto forte in me. Non avevo il minimo dubbio. Apparivano una nuova era e dei nuovi valori. Che bella cosa!». Jamet gli rammentò che la decisione di optare per la giustizia era già presente in molti suoi interventi e lettere. E che durante il Concilio egli aveva già parlato del dialogo con il mondo. «Sì, alcuni padri del Concilio allora mi avevano detto: “Che idiozia!”. Ma io mi sentivo libero. Sapevo che ciò fa parte di Dio. Ora, sono tutti d’accordo su questo.» Sulla sua maniera di governare i gesuiti, rispettando la libertà degli individui, Arrupe disse: «Io non posso governare che in un solo modo. Non sono autoritario. Io spiegavo ed erano loro a decidere». Su Montini e Wojtyla fece due commenti illuminanti: «Ho avuto grande fiducia in Paolo VI. Parlavamo di tutto. Dopo essere stato eletto, Giovanni Paolo II mi ricevette e mi pose una serie di domande sulla Compagnia, ma in modo molto generale. Io ero già molto preoccupato e avevo molti dubbi. Dopo aver presentato le mie dimissioni, egli mi ricevette due volte. Ma parlò molto poco con me»

È chiaro che il papa venuto dall’Est e ferocemente anticomunista non poteva accettare l’idea di un dialogo con il marxismo, né comprendere il sostegno di Pedro Arrupe ai movimenti legati alla teologia della liberazione; e neanche una nuova immersione dei gesuiti nel mondo, in quelli che Karol Wojtyla considerava posti limite. Padre Giuseppe Pittau, uomo di fiducia del papa e delfino scelto per la successione a Pedro Arrupe, raccontò che Giovanni Paolo II non poteva sopportare di sentir citare in una conversazione il nome di Arrupe. «Questo lo rende subito nervoso» rivelò Pittau. L’avversione di Wojtyla per i gesuiti era palese. Pittau ha narrato: «Padre Arrupe stesso mi raccontò che tutte le domeniche si metteva sistematicamente sulla porta della curia generalizia dei gesuiti, nel quartiere di Santo Spirito, per salutare il papa che passava di là in macchina nel pomeriggio, per recarsi in visita, ogni settimana, a una parrocchia romana. Il papa non rispondeva mai al suo saluto». Pedro Arrupe, dopo la trombosi, era consapevole del decadimento psicologico dovuto alla malattia. A mezze parole diceva sovente: «Io non servo più a niente, sono un pover’uomo. Io ho tentato di dire la verità a ogni persona in tutta franchezza, come la vedevo davanti a Dio. Vedo tutto molto chiaramente. Vedo un mondo nuovo. Sentivo che una luce mi guidava. Noi abbiamo molto sofferto». E con la mano sinistra prendeva la sua mano destra tutta irrigidita per dare la benedizione.

Il 2 settembre del 1983, la congregazione generale, finalmente autorizzata dal papa, si riunì e scelse il successore di Pedro Arrupe nella persona di padre Peter-Hans Kolvenbach, un olandese contro cui l’ex vescovo del Guatemala Gerard Bouffard (ora cristiano rinato in Canada, dopo aver lavorato sei anni in Vaticano con l’incarico di trasmettere la corrispondenza giornaliera riservata tra il papa e i dirigenti dell’ordine dei gesuiti) ha rivolto pesanti accuse. Precedentemente, Pedro Arrupe aveva presentato la sua domanda di rinuncia – un fatto inedito nella Compagnia – e aveva fatto leggere per bocca di un compagno il suo testamento spirituale e il suo addio alla congregazione generale. Essa lo accolse in piedi e con la più grande ovazione mai tributata a un padre della Compagnia di Gesù. Più tardi, Giovanni Paolo II gli rese personalmente visita a due riprese, quando era costretto a letto. Le foto mostrano un Pedro Arrupe dolce di fronte allo sguardo severo del papa. Un’altra foto, più vecchia, scattata nel corso di un’udienza, ha fatto il giro del mondo. Mostra senza ombra di dubbio lo sguardo molto severo rivolto da Karol Wojtyla al padre dei gesuiti. Eppure, il carisma spirituale di Arrupe era enorme. Severo Ochoa, premio Nobel e compagno di studi di medicina di Pedro Arrupe, benché si dichiarasse agnostico, gli chiese un giorno la benedizione in ginocchio. Anche Madre Teresa di Calcutta e frère Roger di Taizé, così come cardinali, vescovi e semplici persone venute da tutte le regioni del mondo, gli resero visita. Persino una comunità protestante era presente durante la sua malattia, accendeva un cero e intonava canti religiosi. Tutti si trovavano d’accordo sull’elogio della sua semplicità e insistevano sul fatto che Pedro Arrupe fosse soprattutto un amico.





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