Vaccini, sicurezza e (in)stabilità
- Marko Petrungaro
- 22 gen 2021
- Tempo di lettura: 11 min

Premessa
Il silenzio era rotto solo dal monotono ronzìo delle ventole di filtraggio dell'aria e da qualche bip dei macchinari. Le luci artificiali del laboratorio contribuivano a rendere l'atmosfera ancora più asettica, se possibile. Tutto era pulito e in perfetto ordine. Costretto nella tuta di contenimento, Hacarus procedeva con le sperimentazioni, da solo. Era stanco, aveva perso il conto delle ore di sonno arretrate e temeva di non essere più lucido da lì a poco, ma la posta in gioco era altissima. Sembrava impossibile anche solo da pensare. Come si era arrivati a questo punto? Così in fretta, poi. Domande perfettamente inutili, visto che oramai la pandemia era stata conclamata. I morti erano stati parecchi, ora occorreva proteggere i vivi. Istintivamente fece per passarsi il polso sulla fronte sudata, si interruppe a metà del movimento. Coperto dalla testa ai piedi com'era, sarebbe stato inutile. Sospirò spazientito. Ad un tratto, un rumore: le porte si aprirono alle sue spalle e un'altra tuta entrò nella stanza. "I Report 1, 2 e 3 dottore, come aveva chiesto" disse una voce femminile. Lì dentro era impossibile distinguersi se non per la voce, con quelle visiere a specchio degli scafandri. "Grazie, Akeyra. Li appoggi pure in postazione. Avrò modo di consultarli al termine della sessione". La porta si richiuse automaticamente dietro di loro. Akeyra eseguì, poi si avvicinò con cautela alle spalle del ricercatore. "Dovresti riposarti, Doc. Non servirai a nessuno da svenuto". Hacarus si bloccò e rimase fermo qualche secondo. Poi poggiò la pipetta sul ripiano, lontano dalle piastre, e si voltò. Avrebbe voluto guardarla negli occhi. "Non posso, Aky. È una corsa contro il tempo. C'è ancora qualcosa che mi sfugge, ma ci sono quasi" mormorò, cercando di suonare convincente. "Capisco - rispose lei con tono rassegnato - Se vorrai qualcosa di caldo, mi trovi in area comune". Dopo una rapida occhiata alle postazioni vuote intorno, si voltò e raggiunse la porta. Hacarus rimase immobile a fissarla scomparire dietro a quei pannelli semitrasparenti, sovrappensiero. Con sorpresa, si accorse del rumore del suo respiro. Il respiro, così automatico, così scontato. Così vitale da essere scelto come veicolo di contagio da un nemico subdolo, invisibile, letale. Un virus che collassava cellula dopo cellula, secondo uno schema implacabile: attacco, proliferazione, abbandono e attacco della successiva. Ora quel respiro risuonava all'interno della tuta, cupo, innaturale, come un monito.
indirizzare in qualche modo le variabili. Si era fatto portare i report delle prime tre per mettere a confronto i procedimenti; sebbene la cura avesse dato buoni frutti in tutte le sessioni, talvolta anche dando vita a inattese reazioni secondarie, non era ancora riuscito a mettere la parola "fine" a questa piaga, che risultava particolarmente tenace. "In fin dei conti - pensò - si tratta di somministrare un virus al virus". La situazione da un certo punto di vista era ironica. Ma non si trovava in un film di fantascienza, purtroppo: era la realtà. Appoggiò nuovamente l'occhio al microscopio nucleare.

PANDEMIA
Rina si guardò intorno, per essere sicura di avere l'attenzione dei presenti. Fu Morgan a sincerarla. la apostrofò impaziente. Era seduto al contrario su una sedia, gambe larghe e braccia incrociate sullo schienale, la sigaretta quasi spenta all'angolo della bocca. <>. Nella vecchia palestra scolastica la luce filtrava ad ampi raggi dalle serrande sporche, evidenziando il pulviscolo in movimento. Rina Thompson, studiosa di virologia all'Università di Miami, aveva raccolto quella squadra di volontari per compiere la missione delle missioni: recuperare il vaccino da un laboratorio situato in Canada e portarlo in università, per riprodurlo e distribuirlo su larga scala gratuitamente. Questo presupponeva un'azione di forza nei confronti della lobby farmaceu-tica. Morgan Deny, ex lottatore da due soldi; Greg Johnson, giovane pirata informatico; Elizabeth Semrow, ex carcerata; Sean Brady, guardia giurata. Questi i membri che era riuscita a mettere insieme grazie ad una chat su Telegram. Idealisti, senza uno scopo preciso nella vita, forse anche pittoreschi, ma brave persone. Almeno non era da sola... Già, sola. Sola come quando gli studiosi del suo dipartimento avevano cominciato a manifestare i primi sintomi, come quando il Governo Federale aveva decretato lo stato di emergenza sanitaria, come quando l'OMS aveva dichiarato ufficialmente la pandemia. Sola e lontana dalla sua San Diego, dalla sua famiglia.
Il virus si era sviluppato in estremo oriente, veicolato da qualche animale utilizzato nella medicina tradizionale. Da lì si era diffuso prima in Europa centrale, poi nel bacino del Mediterraneo, infine in Nord Europa e nelle Americhe, viaggiando sulle tratte mercantili via mare e sui voli turistici. Nessun angolo del globo era stato risparmiato anche perché, dapprima, la situazione venne ampiamente sottovalutata. Quando si decise di prendere contromisure drastiche, 75 milioni di contagiati in tutti gli Stati Uniti furono posti in quarantena dal giorno alla notte: persone del tutto inconsapevoli. Il tasso di mortalità del virus era del 18% e il sistema sanitario fu colto completamente impreparato. Ed era solo l'inizio. Quelle persone, ignare di essere portatrici di un virus letale, avevano condotto una vita normale sino ad allora: lavoro, metropolitana, ristoranti, concerti, supermercati. La situazione era completamente fuori controllo. E i morti cominciavano ad essere davvero troppi.
OKSANA!
Elizabeth si alzò dal giaciglio e raggiunse Rina, assorta sulle mappe che aveva spiegato sul tavolo ore prima. Le strade principali pullulavano di checkpoint, da quando il Governo aveva mobilitato l'esercito nella strategia di contenimento. Era permesso lo spostamento soltanto per motivi di emergenza o sicurezza nazionale, esclusivamente esibendo lasciapassare ufficiali. Occorreva quindi muoversi su vie secondarie, che comunque erano costantemente monitorate dalle forze di polizia. Chissà quanti agenti erano già a libro paga della Lobby, all'interno della zona rossa. <> disse, in tono premuroso. Rina si sfregò gli occhi. <>. Elizabeth fece un cenno con la testa. <>. Ritornò al bivacco. Era stato allestito alla veloce con alcuni vecchi materassi da palestra disposti in cerchio, qualche coperta trovata strada facendo, un frigorifero portatile da campeggio e un termoconvettore al centro. Tutto ciò che serviva era lì, in quelle poche cose. Morgan e Greg dormivano, Sean invece stava pulendo la pistola. <><> rispose, continuando meccanicamente il suo lavoro. Lo aveva fatto centinaia di volte. <> sibilò lei avvolgendosi nella coperta. Sean fece una smorfia. <>. Rina ripassò un'ultima volta il tragitto che avrebbero dovuto fare l'indomani. Erano in viaggio da due settimane ormai. Due settimane per fare poco meno di quattromila miglia... E non era ancora finita. In situazioni normali ci avrebbero messo quattro giorni, ma le strade oramai erano impraticabili, zeppe di militari.
Avevano quindi optato per percorsi secondari, in campagna, facendo molte pause strategiche e passando vicino ai corsi d'acqua e agli alberi per potersi nascondere - anche da eventuali droni. Erano probabilmente tutti impiegati nel controllo aereo sopra le grandi città, ma "troppa prudenza non ha mai ucciso nessuno", come diceva sempre suo padre. Per questo motivo anche la Jeep di Greg era stata riverniciata in stile mimetico, prima di partire. Si viaggiava prevalentemente all'alba o al tramonto, per evitare di accendere i fari.

Il Piano
<> Sussurrò Greg a Sean, che sbirciava fuori da una fessura con l'arma in pugno. Ormai erano passati quaranta minuti. <> rispose lui sottovoce. <> Chiese allarmato Morgan. <> E accompagnando alle parole i fatti, Elizabeth tirò la cerniera. Nella palestra silenziosa un grande materasso da salto in alto si aprì da un lato. Ne uscirono tutti e si guardarono intorno. Nessuno. <> mormorò Morgan tra lo stupore e la gratitudine. <> Rispose lei sarcastica. Si riferiva a una discussione avuta settimane prima, quando Rina aveva scelto Elizabeth per far parte della squadra. Morgan, alla testa di parecchi utenti dei gruppi riottosi, si era opposto. Ora si era dovuto ricredere. Lui fece per replicare, ma fu Greg a smorzare la polemica sul nascere. <><> rispose lapidario Sean, scuotendo la testa. <> Il silenzio calò sul gruppo. Evidentemente, tra i follower c'era una talpa. La questione era più grave di quanto si potesse pensare: il gruppo Telegram era il risul-tato di numerose scremature e composto da persone fidate, conosciute personalmente dai membri della missione. Non esistevano sconosciuti o personaggi di dubbia fiducia, questo metteva in seria difficoltà l'individuazione del traditore. E, aspetto ancora peggiore, quel gruppo di persone aveva preso parte ai preparativi della missione sin dall'inizio. Sapevano tutto. <> e fece per spegnere il telefono. <> Sean le bloccò la mano. Rina lo guardò.
Rina ci pensò sopra qualche istante. Aprì l'app e scrisse poche righe, poi mostrò il testo ai compagni: "CONTROLLI PIÙ STRINGENTI. TERMINE COMUNICAZIONI FINO A OBIETTIVO RAGGIUNTO, DATECI QUALCHE GIORNO E OCCHI APERTI SULLA RETE. UN ABBRACCIO" Annuirono tutti. Rina inviò il messaggio, poi spense il telefono. <>. <> La voce di Oksana risuonò nei vicoli deserti. La squadra si ricompattò intorno a lei quasi istantaneamente. <<È inutile perdere tempo a cercarli qui, potrebbero essere nascosti ovunque. Qualche idea? >> Goran, un ragazzone con la barba marrone da hipster, si fece avanti per primo: <>. Oksana lo fece finire, poi guardò gli altri, in attesa. <> Disse Viktor con l'enfasi di chi aveva la soluzione da tempo. Gli occhi verdi brillavano di eccitazione sul volto solcato da parecchie cicatrici e dalle privazioni subite. Seguì una pausa di riflessione. <> E il silenzio della notte fu turbato a lungo dai colpi d'arma da fuoco.

La Pagheranno!
Le strade erano del tutto deserte, fatta eccezione per le auto abbandonate. Molte di queste erano state lasciate alla svelta, con le portiere ancora aperte. Qua e là, cadaveri accasciati offrivano cibo ai corvi e ad altri animali selvatici che in pochi giorni si erano riappropriati degli spazi urbani: canidi e roditori, soprattutto, ma anche qualche orso. Sembrava uno scenario di guerra, anche grazie alla massiccia presenza di mezzi militari e delle forze dell'ordine, alcuni dei quali erano stati dati alle fiamme dalle molotov dei ribelli. Ora non ne rimanevano che lamiere contorte e annerite. Procedettero a velocità moderata fino a che raggiunsero un checkpoint. Nessuno a presidiarlo... Dovevano scendere e spostare le transenne. Si fermarono a una decina di metri. <>. Intorno, il silenzio. Le transenne erano di tipo militare, ben più pesanti di quelle comunemente usate in ambito civile, al punto da mettere in difficoltà anche il fisico robusto di un lottatore di catch come Morgan; ma più riprese riuscirono a smuoverle. Si voltò verso il veicolo, raggiante: <> ma il suo volto mutò repentinamente espressione, piombando nel terrore: <> Non riuscì a finire la frase. Venne raggiunto da tre colpi al petto, le gambe vennero meno e cadde al suolo di sbieco. <> Rina fece fischiare le gomme della camionetta e raggiunse in pochi secondi l'amico, mentre Elizabeth e G.J. cercavano con i mirini ottici sui caseggiati per individuare la posizione del cecchino. Sean piombò su Morgan, traendo riparo dall'automezzo appena sopraggiunto, e gli tastò il collo: non c'era più niente da fare. Aprì la portiera per entrare, e fu quello il momento in cui li vide. Da dietro un furgone erano sbucati tre militari in di-visa nera, insieme a una figura femminile facilmente riconoscibile. <> Riuscì a dire, prima che una pioggia di proiettili investisse nuovamente il blindato. Elizabeth lo tirò dentro, finalmente chiusero la portiera e ripartirono a gran velocità. <> Liz lo interruppe: <> Rina eseguì senza obiezioni, si fidava di lei. Si girò in tempo per vedere G.J. cadere in preda alle convulsioni. Liz teneva entrambe le mani premute sul lato del suo collo, da cui sgorgava parecchio sangue. <> chiarì Sean. Rina vuotò freneticamente lo zaino, alla ricerca di qualcosa di utile per bloccare l'emorragia mentre Greg, mascella serrata e occhi sbarrati, respirava affannosamente, pervaso dai tremori. <> Incalzò Elizabeth.
Rina si precipitò sui sedili posteriori, aprì delle garze sterili e le pose sulla ferita, poi prelevò con una si-ringa del liquido da una boccetta e si accinse a praticare un'iniezione nel braccio a Greg, quando i proiettili ricominciarono a cadere copiosi sul veicolo: il commando li avevaraggiunti. Entrambi gli pneumatici posteriori collassarono. Sean perse definitivamente le staffe. Preso un fucile, spalancò l'apertura posteriore ed aprì il fuoco a ripetizione mirando alla testa, urlando come un pazzo. Ben due soldati stramazzarono al suolo, colpiti in pieno. Il terzo e Oksana si gettarono al riparo e Sean ne approfittò per richiudere il portellone. <> Rina ed Elizabeth erano immobili, sconvolte. La siringa era ancora lì, intonsa. Greg aveva smesso di tremare, lo sguardo vitreo fisso nel vuoto. <> furono le uniche parole che riuscì a pronunciare Sean, stringendosi una cintura appena sotto al ginocchio mentre il blindato riprendeva lentamente la sua marcia. A un certo punto si fermarono. Ormai la città era lontana ed erano al sicuro. Approfittarono del piccolo bar di una stazione di servizio per prendersi una pausa: a Elizabeth ci vollero solo pochi secondi per forzare la serratura. Una volta dentro, poggiarono le armi e si sedettero. Solo allora Rina parlò. <>.

Il Vaccino
IL VACCINO Oksana condusse Rina in fondo al corridoio e si fermò davanti alla porta del laboratorio. <>. Rina era titubante, non sapeva se aspettarsi qualche brutto scherzo o meno. Infine, la curiosità prevalse ed aprì la porta. Il laboratorio era lì, davanti a lei. Macchinari non proprio moderni, e nemmeno in ottimo stato di conservazione. Fece un giro passeggiando lentamente tra le postazioni, cercando di capire quello che stava vedendo. Qualcosa non quadrava. <> chiese a Oksana, sinceramente incuriosita. <>. Il mondo le crollò addosso. Tutti quei morti, Morgan, Greg, tutti i giorni trascorsi come fuggitivi nella spe-ranza di porre rimedio all'ecatombe imminente... Inutili. Perfettamente inutili. Settimane passate a pianificare, a coinvolgere gruppi e associazioni, selezionando le persone più adatte per dare speranza alla gente, buttate. Si sedette su uno sgabello, spossata, lo sguardo spento. <>. Oksana sorrise. Era un sorriso stanco, agrodolce. Le si avvicinò e la prese a braccetto. <>. Presero le scale e cominciarono a salire, infine uscirono sul tetto. Il tramonto era incantevole e l'aria non troppo fredda. <> disse Rina, guardandosi intorno sul tetto spoglio. <><> Rispose freddamente. <><> replicò secca Rina. <> rispose indicando il lato opposto dell'edificio.
<> disse lei, aggiustandosi gli occhiali e strizzando gli occhi. <<È un orso. Comunque, corretto. Ti sei chiesta perché la pandemia non colpisce altre specie? Voglio dire: nessun altro animale, nessun vegetale, nulla. Perché?>><>. Rimasero a guardare il tramonto spegnersi, finché non vennero raggiunte dai militari.

<> disse uno di loro. Oksana estrasse un coltello dalla fodera appesa alla cintura. <> e così dicendo si conficcò la lama nel braccio praticando una lunga e profonda incisione, dal gomito al polso. Rina trasecolò, indietreggiando. Una sorta di sangue verde e gelatinoso sgorgava lentamente dalla ferita che, aperta, mostrava un'ossatura metallica, artificiale. <> Sorrise. <> Rina rabbrividì. Quella cosa non era umana. Non riusciva a smettere di guardare quella orribile gelatina verde che lentamente colava a terra, diffondendo una specie di vapore. Sentiva che sarebbe potuta svenire da un momento all'altro. <> La incalzò Oksana a voce alta. Finalmente lei obbedì. Bagliori verdastri illuminavano l'orizzonte, in ogni direzione. Cosa stava succedendo? Rina non capiva cosa stesse guardando, era confusa. Il militare si rivolse di nuovo ad Oksana.
<<È il momento adesso, dobbiamo procedere anche noi>> le disse, porgendole una grossa pistola. Oksana annuì, la puntò al cielo e sparò un razzetto luminoso che poco dopo esplose, illuminando tutto di una intensa luce verde brillante, che fluttuava nell'aria come una goccia di vernice fa nell'acqua. Rina, tremante e in lacrime, le si avvicinò. Ormai non le importava più nulla del resto, voleva solo sapere. <> Chiese, con un fil di voce. Oksana inarcò un sopracciglio e, con un'espressione divertita, replicò: <>

<> Hacarus fece un vero e proprio balzo di gioia. Finalmente era riuscito a stabilizzare quella dannata particella, che ora si presentava di un bel colore verde cangiante, come una goccia di vernice fa nell'acqua. La sua soddisfazione era straripante, un fiume in piena. Corse come un pazzo alla scrivania della postazione ed alzò il telefono: <> Riagganciò il telefono e si lasciò andare sulla sedia, piegando la testa all'indietro in una lunga risata liberatoria. Il mondo era salvo e lo era per merito suo. Già vedeva la sua faccia sui giornali, i convegni con la comunità scientifica, Akeyra insieme a lui... Questa era la svolta che aspettava da tutta la vita. Insomma, essere un eroe avrà anche i suoi lati positivi, no? Era raggiante. L'indomani mattina fu fissata una conferenza stampa per informare il mondo della sensazionale scoperta. Hacarus rispose orgoglioso alle domande dei giornalisti e si congedò con una battuta: <>
Mentre tutti si apprestavano a lasciare la sala stampa, Akeyra gli si avvicinò. <> Chiese con un sorriso sensuale. <> rispose lui, ed entrambi scoppiarono a ridere. Poi tornò serio: <><> rispose lei raggiante, prima di voltarsi e allontanarsi con un'andatura felina. Improvvisamente si fermò. <> Hacarus ci pensò un istante. <>. Akeyra sorrise, era veramente orgogliosa di lui. Quella scena era stata osservata e registrata, come tutte le altre. Come sempre. L'intelligenza artificiale interattiva aveva tracciato sistematicamente tutte le variabili decisionali di Hacarus, Akeyra, tutti gli abitanti di quel mondo simulato, sin dall'introduzione di "Humanity" nel loro sistema.
Il droide N7ā9k scollegò l'ugello del visore dalla sua unità mobile e si voltò, nella grande sala. Le pareti erano coperte di monitor, circuiti ed altre unità mobili intente ad eseguire le medesime procedure per altri innumerevoli mondi, processate in codici alfanumerici corredati da grafici che si aggiornavano di continuo. Tutto era interconnesso, e non vi era traccia di materia organica in quella zona dell'immensa base. Le sessioni erano tutte simulazioni digitali, per evitare eventuali contaminazioni dei campioni. Un grande oblò telescopico si aprì, lasciando entrare un drone. Cromato, ovale, perfettamente liscio, muto. Volò rapidamente fino a fermarsi davanti a N7ā9k. Scansionò tutte le informazioni: si accese un led arancione sulla sua interfaccia. Si voltò lentamente e, silenzioso come era arrivato, si diresse verso l'oblò per proseguire la ricognizione delle altre sale operative. N7ā9k eseguì gli ordini appena ricevuti: si collegò di nuovo al visore, muovendo contemporaneamente un braccio meccanico sulla pulsantiera fisica del monitor.
Conclusioni
Questa non è altro che una storia in stile narrativo, l'obiettivo è quello di infondere come potrebbe essere anche la realtà, rapportata ai giorni d'oggi. Ed è quello che mi aspetto, dato che questa situazione di allerta sta duranto troppo tempo per i miei gusti.




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